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martedì 10 dicembre 2013

Pensieri

Tempo fa avevo una pagina tutta mia, in cui scrivevo alcune note accompagnate da immagini che ora ho perso e non saprei dove ritrovare. 
Non avevo un tema preciso. Buttavo giù quello che l'estro mi diceva di scrivere. 
Non sono nemmeno grandi cose: qualche parola buttata qua e là, ma che vorrei comunque condividere con voi. 
Non sono delle poesie.
Buona lettura! 
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Luce. 

Un tuo abbraccio mi stringe forte, la tua testa si fonde col mio petto, le mie mani ti stringono i fianchi,
quasi come se tu dovessi scappare via. Il profumo dei tuoi capelli mi ricorda il tuo sorriso. Non so perché.
Non ho la capacità di separare ogni sensazione che mi dai.
Sollevi piano gli occhi.
Non ricordo nemmeno chi sei, chi siamo.
Siamo occhi. Siamo respiri. Siamo un bacio.

Buio.
Sogno attimi che mai vivrò.
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Chissà se mi pensi ogni tanto. Posso chiederti se sfumo in qualche tuo pensiero della notte? Se per caso hai mai creduto di avermi davanti quando stringi la mano ad un ragazzo che hai appena conosciuto? Se hai pensato di voler far l'amore con qualcuno con la disperazione di chi vuole dimenticare? 
Chissà se mi hai visto mentre guardavi un ragazzo di spalle, fermo davanti ad un'edicola; oppure hai visto il mio profilo dentro un'auto, mentre aspettavi che scattasse il verde, prima dell'ennesima noiosa giornata di lavoro.  
Chissà se mi cerchi nelle sue labbra, nei suoi occhi, tra le sue mani o aspetti con ansia che da quella porta, prima o poi, vedrai spuntare il mio faccione e il mio sorriso.
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E' mattina.

L'immagine del tuo volto appare sfocato dietro il vetro appannato dal vapore della doccia.

Il tuo viso è scarno. Le tue dita toccano leggere le tue guance. Senti ancora i suoi piccoli morsi e i suoi pizzichi. Adorava quelle appendici che tu, invece, non hai mai sopportato.

Fissi i tuoi occhi, ancora rossi dopo aver lasciato scorrere le tue lacrime del mattino nello scarico della doccia. Sotto quel castano chiaro che ha raccolto i raggi della sua luce, marcano i contorni due macchie scure, simili a sorrisi di una luna nera.

Luna.

Quegli occhi erano i suoi Occhi di Luna. Quanto tempo ha passato a raccogliere i tuoi sguardi? Quanto tempo è passato dall'ultima volta che i tuoi occhi l'hanno visto suonare alla tua porta? Asciughi l'ennesima lacrima. Ormai sei stanca. Non hai più voglia di lottare.

Sei come un corpo morto che si lascia trascinare dalla corrente.



Ti sei innamorata di un bastardo. Questo non lo neghi. Di un fottutissimo bastardo!

Cerchi nella memoria tutti quei momenti in cui hai toccato il suo viso, il suo corpo. Li cerchi e scopri di averli ancora vividi nella tua memoria.

Quel petto su cui hai dormito nelle notti chiare e umide dell'estate. Quel profumo di mare sulla sua pelle, dopo aver fatto l'amore sotto le stelle.

Quelle mani che ti stringevano le spalle, mentre una parte di te moriva durante il funerale della tua cara amica. La sua camicia nera era zuppa delle tue lacrime, ma lui era lì. Teneva salda la tua anima e la cullava oltre il palpabile dolore.

Aveva lasciato che i tuoi pugni di rabbia e disperazione gli gonfiassero un labbro, perché aveva capito che in quel momento avevi bisogno di reagire, avevi bisogno di bruciare quella rabbia nelle vene.

Era stata la sua mano poggiata sul tuo viso a fermare la furia.



Ora quella mano non c'è. Ora che ti servirebbe avere lui al tuo fianco se n'è andato. Se n'è andato quasi senza un perché, solo come i veri bastardi sanno fare.

La tua rabbia iniziale ha lasciato spazio alla disperazione e poi all'apatia.

Il pensiero è fisso, come i tuoi occhi. Occhi. I suoi Occhi di Luna non esistono più.

Tocchi i tuoi lineamenti sul freddo riflettente dello specchio.



Ti volti le spalle, lasciando i frammenti di vetro dentro il lavandino; macchiati di quel sangue che pensavi non avere più, perché il tuo cuore non batte più.

Guardi le tue nocche come se guardassi un pezzo anatomico al museo delle cere. Pelle, carne, sangue e schegge di vetro. Quasi non senti il bruciore della tua mano.

Nulla t'interessa più. Lui se n'è andato.

La tua vita se n'è andata.
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Non ricordi l'ultima volta in cui ridere non sia stato il riflesso della felicità. Non hai idea dell'ultima volta in cui una voce sapeva farti vibrare l'anima.
Non ricordi nemmeno più quella voce.

Non ricordi nemmeno più quell'ultima volta in cui ti ha strappata da te stessa. E giù, giù, ancora più giù.... sola e spenta come l'ultima stella caduta tra i più comuni sassi di una pietraia in mezzo al nulla.

Schiava delle sue ultime parole. Schiava di brividi promessi e non mantenuti. Schiava di un Amore ch'è stato un volo tra i rovi.



Tiri i tuoi biondi capelli morbidi dietro le orecchie. Appesi hai quei piccoli orecchini che ti piacciono tanto. Sorridi per la loro tenerezza, mentre asciughi una piccola ciocca dalle tue nuove lacrime.

Guardi l'orologio. E' tardi. Le amiche ti hanno invitata fuori. Non sai se hai voglia.

Il tuo enorme peluche si posa tenero sul letto. Potresti passare la notte a parlare con lui, fedele e paziente soccorritore di rabbia e lacrime. Lui che ti abbraccia quando, stanca dei pensieri, ti addormenti sfinita.

Ti alzi dalla sedia per spostarti sul letto. Ti ci butti sopra, quasi come un automa. Vorresti il suo corpo lì. Vorresti le sue parole. Vorresti lui, non la pelle sintetica della tua tartaruga gigante.

Vibra il tuo cellulare sulla scrivania, dove l'hai lasciato.

E' ora di uscire. E' ora di lasciare dietro le spalle quel letto di sogni.

Ti volti un'ultima volta, prima di spegnere la luce. Ti sembra che vicino all'orma del tuo corpo sul letto, ci sia, distinta, anche quella di lui.

"Riposa nei tuoi sogni e riempiti di polvere nei miei pensieri".



La musica si sente già da una grande distanza. Le lacrime le hai lasciate nel buio dei tuoi segreti e lì resteranno.



... almeno fino a quando non sarà un altro amore a parlarti.
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Quando sei bambino pensi che l'orco delle favole abbia un corpo e un volto, abbia una sua materialità, un suo modo per evitarlo. Quando sei grande, scopri che l'orco cattivo non ha né gambe, né volto: ti rincorre, ti acchiappa, ti sbrana; è la sua immaterialità che t'impaurisce ancora di più: non puoi afferrarlo, non puoi nasconderti.



Ma nella notte anche la luce della Luna può salvarti.

Sfiora il cielo con gli occhi, uomo, in attesa che compaia la Luna.
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E' nell'aria il tuo profumo; sono nel cielo i tuoi occhi. Sei ovunque e non ci sei.

Ragazza che vieni dal vento, lascia che il tuo cuore riposi tra le mie braccia, che i tuoi occhi si chiudano piano nella notte tra le stelle.
E se il nero coprisse le tue spalle e se la tempesta scompigliasse i tuoi capelli, lascia che siano le mie dita a coccolare il tuo splendore; lascia che siano le mie braccia a strappar via la paura.
E tu sei là, dietro quel sorriso, nascosta sotto un cappello.
Sei là e ti aspetto.
Perché voglio nutrirmi di solitudine e morire tra le tue braccia.
Ti aspetto nella nebbia della sera, nel mio sospiro alle luci dell'alba, nel mio sorriso nel caldo sole del mattino.
Ti attendo, ma sarò un seme nel deserto: aspetta l'acqua senza poterne mai vedere il riflesso.
Ti aspetto, Acqua della mia vita, anche se nei tuoi occhi non mi specchierò mai.
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Il vento freddo spazza la strada, mentre le nuvole corrono veloci per coprire la luce di questa Luna piena.

Vado senza meta.. non m'importa dove vado, m'importa che ci sia tu nella mia mente.

Sorrido alla luna, velata di cobalto.

Sento ancora il tuo profumo, dolce sinfonia che penetra come un ago. Sei tu, soltanto tu.

I tuoi occhi, i tuoi capelli, le tue mani...

Corre la mia fantasia tra le vie deserte. Ti vedo bambina, sposa, amante, passione e contraddizione.

Mi vesto e mi rispoglio di te, insaziabile della tua luce e del calore della tua pelle.

Il mio respiro condensa la tua immagine e svanisce al soffio gelido della solitudine.

Ci sei tu davanti ai miei occhi chiusi, ma nessuno davanti alla mia porta.

Ti aspetto, amore, tra le nuvole di cobalto che rubano la luce alla Luna.
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Inquietudine.

Striscia piano, come nebbia s'incunea negli angoli più bui sollevando macigni e sgretolandoli al suono d'innocue parole.

Ciò che resta è polvere.
I tuoi arti restano immobili, nella fissità dell'attimo che deve ancora venire. Inquietudine.
I tuoi occhi ti mostrano una realtà liquida, evanescente. Le tue dita riescono ad imprigionare poche tracce di umidità.
Il vento dell'incertezza spira vorticoso: l'impeto dell'invisibile aria, si scaglia tra la violenza dei tuoi pensieri. Ora è brezza; ora è bora.
Resisterai?
Stai saldo sui tuoi piedi, non è il momento di volare. Un respiro e inizia la tua corsa contro il vento.

lunedì 2 dicembre 2013

Riflessi



Sapevo che un giorno l'avrei incontrato.
Sapevo che un giorno l'avrei visto di fronte a me,
spento, immobile.
Sapevo che prima o poi mi avrebbe preso,
trascinato nel vortice dell'ira e della disperazione.
Allungai la mano, per vanificare l'effetto di quella visione;
toccai con le dita le rughe del suo volto, la sua pelle morta.
Dalle orbite, ormai oscure cavità,
potevo avvertire un luccichio, una scintilla di vita,
ricambiata dal sentore di morte che,
indelebile, mi si attaccò prima ai vestiti,
poi al cervello.

Fu la strana luce dei suoi occhi a farmi tornare indietro;
le sue  oscure cavità preannunciavano un vuoto smisurato,
un baratro in cui anch'io, prima o poi, sarei caduta.

Mi presero le vertigini.
Non riuscî a ritrarre la mano da quella invitante oscenità,
da quel delirio con un sorriso.
Le mie dita continuarono a percorrere ogni singola,
cascante piega di quel volto
che si agitava sudato
malamente illuminato dall’ultimo raggio del tramonto.
Con passi lenti e inesorabili consumava con forza
gli ultimi istanti di lucidità,
mentre il rintocco del pendolo, il più bel regalo
della mia giovane nonna, faceva danzare i pigri minuti
nella macabra danza della falce del tempo.

Avvertî fuggire il mio corpo,
risucchiato dalla sua bocca spalancata,
pronta a sorbire avidamente ogni sogno di vita restante.
Soltanto un’ illusione.
Non riuscivo a strappare le mie dita da quella figura!
Così repellente, così magica.

Dalle labbra, contratte ora in una risata silenziosa,
uscì un cavernoso sibilo che mi penetrò nelle orecchie,
devastando quel poco di lucidità che avevo conservato.
Niente da fare.
Non vinsi il magnetismo del suo sguardo.
I miei occhi non potevano nulla contro quella fissità:
più mi perdevo dentro il vacuo sguardo,
meno la spuntavo contro le voraci reti delle sue cavità.

Il ghigno della creatura fu divelto dal più dolce dei sorrisi.
La luce si faceva pian piano più intensa,
avvolgendomi delicatamente nel suo candore;
una dolcissima forza mi attrasse a sé.
Sentî stingere la mia mano intirizzita dalla paura,
ora teneramente accoccolata dentro quella presa sicura;
m’indicò con tranquillità quella che pareva una porta.
Fui costretta a lasciare quella presa.
Tesi le mani avanti, ancora ingorda di salvezza,
desiderosa di trovare un appiglio;
toccai finalmente una superficie solida.
Là mi riposai.

Avevo dimenticato ormai le cavità, la pelle rugosa.
Ora un’energia immensa, vertiginosa,
mi avvolse tra le sue forti braccia.
Mi lasciai andare, perdendo tutto dietro le mie spalle.

Pace.
Questa è l'unica parola che ora mi fruscia nel cervello.
Pace.

Whiff era affetta da un grave disturbo:
soffrì di un invecchiamento precoce.
Aveva 9 anni.
L'ultimo suo anelito di vita
l’ abbandonò davanti all’enorme specchio della soffitta
quella dove si rinchiudeva talvolta,
ma della quale non aveva mai scoperto tutti i segreti.
La madre aveva sempre temuto che sua figlia potesse specchiarsi:
decise così di coprire quella specchiera,
di coprire l’unica persona che la piccola non conoscesse.
Whiff tirò via con forza il pesante drappo nero
steso sopra il vetro antico
per poter vedere finalmente chi lei fosse.
L'ultimo grande desiderio
prima del suo ultimo soffio di vita.

venerdì 29 novembre 2013

Smoke

Autore: Sydan
Titolo: "Smoke"
Genere: Introspettivo

Se dovessi raccontarti la mia vita, non potrei fare a meno di sbiascicartela in auto, sfrecciando nella notte, con un’amarissima sigaretta tra le labbra, presa tra le dita soltanto per scrollare la cenere. Il fumo inevitabilmente negli occhi, il bruciore che ti fa lacrimare.. l’unico modo per poter piangere, visto che le ultime lacrime le hai perse tempo prima, sulla bara di tua madre. Abbassi il finestrino, un po’ stupito del fatto che quella tua unica compagnia di tre minuti sia bruciata troppo in fretta, un po’ infastidito che il pacchetto sia quasi vuoto in quel viaggio ancora lungo. Guardi lo specchietto retrovisore in cerca di due fari.. nulla. Tiri fuori la mano dal finestrino e lasci cadere il mozzicone, guardando poi quelle scintille rimbalzare nell’aria e nell’asfalto, spegnendosi subito dopo un povero fuoco d’artificio.
Tu e la notte. Quasi avresti voglia di spegnere e farti guidare dalla luce di un accendino.. è pur sempre luce, no? Con quel barlume di visibilità ti accendi un’altra paglia e aspiri quel fumo amaro che brucia la gola, te la grinzisce, te la inaridisce. Lei ha sete, tu la inondi di caldo vapore tossico; lei reagisce cercando di mandarlo fuori, squassandoti i polmoni, tu raccogli i tuoi nemici e li sputi fuori dal finestrino, facendoli spazzare dal vento.
Ora non hai altro da fare che guidare, pensare, fumare.
Correre su una strada libera, quasi ipnotizzato dal rumore del motore, dà un gran senso di pace, legato ad uno strano senso di eccitazione della fantasia, che ti fa galoppare col pensiero e dove tutto viene deformato. Così tutto il fumo che spingi fuori dai polmoni assume le fattezze del volto della tua ultima donna e svanisce con la stessa velocità con cui lei ti è sfuggita dalle mani, proprio quando iniziavi a pensare che quella sarebbe stata l’ultima. Invece in quel preciso istante avresti voglia di smettere, cos’ come pensi che sia doveroso lasciare da parte la sigaretta; alla fine compri sempre un nuovo pacchetto, magari di quelle più forti, perché, pensi, così riduci le sigarette e forse questa è la volta buona che riesci a smettere.
Anche le donne, le tue donne, puoi scegliere: quelle super light, quelle light e quelle panforti. Poi ci sono anche i sigari, che non si aspirano ma si gustano e basta, oppure quelle fatte da sé che giri come vuoi e che puoi riempire quanto ti pare, con o senza filtro. Emily era certamente una senza filtro, una di quelle che fanno male e basta, quelle che ti distruggono la gola ancora prima dei polmoni, ma che aspiri fino alla fine perché, forse, la prossima boccata è migliore, forse perché sei talmente avaro da non riconoscere di aver sbagliato anche questa volta e vuoi fumare fino alla fine soltanto perché l’hai pagata e quel denaro, per quanto sia stato mal speso, non vuoi che vada sprecato.
Emily l’hai trovata quasi per caso.. il primo pensiero che i tuoi neuroni hanno elaborato è stato una sincera ammirazione per il suo corpo e i suoi seni, non troppo nascosti alla vista; la sua malizia si confondeva con la sua spudoratezza, la timidezza dei suoi occhi con la sorprendente fantasia e sfrenatezza una volta che te la sei portata a letto senza che nemmeno glielo chiedessi. Due mesi di fuoco. Ma il sesso per se stesso brucia ancora più velocemente di questa buonissima sigaretta, così butti via il pacchetto, fumi l’ultima di mala voglia e cerchi ancora una volta di smettere.
La strada è ancora lunga. Apri un’altra piccola scatoletta dimenticata dentro l’auto e scopri che c’è soltanto qualche traccia di tabacco; innervosito la schiacci tra le dita e la butti con furia dal finestrino. A mezzo chilometro da dove ti trovi c’è un autogrill. Oltre a comprarti altro fumo amaro puoi approfittarne per riempire il tuo stomaco. La sigaretta non ti sazia, anche se a volte è utile per contenere la fame.
Emily aveva il frigo vuoto e lei aveva fame d’altro.
Pochi minuti dopo svolti in un stradina mal asfaltata, sotto la grande e luminosa insegna che annuncia l’ingresso del ristorante, facendo fischiare le ruote solo per sentire qualcosa di diverso dal suono del motore che decelera. Parcheggi un po’ come ti và; esci dall’auto e ti guardi attorno: altre due macchine posteggiate un poco più in là, nessun altro a farti compagnia questa notte. Con passo svelto varchi la soglia dell’autogrill. I tavoli deserti; appoggiati al bancone due uomini e una donna, davanti a loro una cameriera con un’espressione spenta e gli occhi stanchi. Ti avvicini al banco e getti uno sguardo sui tuoi conviviali. I due uomini potevano avere una certa età, entrambi con la fede al dito; la donna stava seduta in mezzo a loro. Capelli lunghi e ricci, biondi, la faccia truccata pesantemente. Guardai meglio. Quella era uno spinello. Uno di quelli fumati di nascosto, per la voglia di trasgredire, per la noia più totale. Un fumo che brucia forte, ti sballa per un po’, ti fa sorridere all’idea di poter sorridere, finalmente; dopo ti lascia soltanto la tristezza di non saper più sorridere e la vergogna dei tuoi anni. Soprattutto quando quella donna, in realtà, è un uomo.
Ordini l’hamburger peggiore che tu abbia mai mangiato, almeno ti servirà a tappare quella voragine che hai al posto dello stomaco. I tuoi commensali pagano, si abbracciano e vanno via; la scia di profumo della donna ti disgusta e quasi ti viene da vomitare! Putrido e abbondante, come la peggiore roba che puoi trovare per strada. Pensi e speri di non doverti mai ridurre così per una stupida fumata, supponi che il tuo fumo lo controlli ma poi, pensandoci bene, anche quelle sigarette che stai per comprare sono la prova che, forse, una volta riuscivi a controllarti. Prendi la tua dose, saluti e non aspetti nemmeno la risposta per uscire. L’aria umida della notte ti appiccica la maglietta addosso, quasi ti blocca il respiro come quando da giovane ti ubriacavi di sigarette, sudavi freddo dopo la terza, quasi consecutiva alla seconda, ti sembrava di svenire, la pressione colava a picco e vedevi tutto offuscato e il mondo al rallentatore, tu e lui.. ti pare che quella sarà l’ultima occhiata che gli darai, vuoi smettere, vorresti smettere e invece ti ritrovi con la quindicesima sigaretta, quasi un intero pacchetto fumato in tre ore, solo perché non c’è di meglio da fare.
Rientri in carreggiata con l’auto, sigaretta in bocca, mani sul volante; il piede spinge sull’acceleratore, il gesto automatico di portare la mano sul cambio spingendolo verso le marce più alte. I fari non fanno in tempo a illuminare la strada che percorri, come le tue labbra non fanno in tempo a stringere nuovamente il filtro e la sigaretta scivola e cade giù. Una scia arancione, che sembra quella di una stella cadente, preannuncia le veloci fiamme che si sviluppano rapidamente sul tessuto sintetico dei tuoi pantaloni. Cerchi di frenare, di evitare l’urto, mentre tenti di spegnere le fiamme che ti bruciano le carni delle gambe, ma vai sempre e comunque a sbattere contro qualcosa. Al che ti ritrovi accartocciato, una volta che il mondo ha smesso di girare non senti più nessun arto; il fuoco ti brucia la pelle, la consuma, ma non provi più nulla. Speri che qualcuno ti aiuti, ti accorgi che sei nato solo e morirai solo.
L’ultimo pensiero che ti passa per la mente è l’immagine di un boia che avanza verso di te e tu gli chiedi un’ultima sigaretta. Ti fermi. Pensi. Forse questa è la volta che smetterai definitivamente.
La tua grassa risata si perde tra le fiamme, in questa dolce notte d’estate.

mercoledì 27 novembre 2013

Immortale



Erano le nove di una calda mattina. Jen parcheggiò il SUV della madre nel solito parcheggio di fronte alla scala che portava all’entrata del college, il suo college. Scese dall’auto e prese la borsa e i fogli del progetto. Quel giorno avrebbe dovuto esporre al professore di arte e alla classe la sua opera. Prima di salire, però, si fermò a contemplare la facciata della scuola; di lì a poco avrebbe conosciuto un’artista, una vera artista, libera nelle sue creazioni, che riesce a dare sfogo alla sua fantasia, senza freni.
Accese una sigaretta e iniziò a salire le scale. Gli altri studenti si apprestavano ad entrare nelle loro classi; c’era chi correva, perché era in ritardo. Lei No. C’era il tempo per tutto, “l’arte non può essere soggiogata dal tempo”, pensò la ragazza, e il professor Scott avrebbe capito.
L’aula d’arte era quella più lontana rispetto all’entrata. Superò l’atrio pieno di bacheche con i volantini delle attività sportive e culturali e altri vari annunci. Svoltò un angolo, superò l’uscita per il cortile, la mensa e arrivò a destinazione. Jen aprì la grande porta e il sole, proveniente dalle finestre in alto, l’abbagliò per qualche istante, finché le tele appese al muro, quelle degli studenti più bravi, acquistarono contorni e contrasti, colori e linee ben definite.
La prima volta che entrò in quel posto era rimasta affascinata da quelle tavole, ora provava soltanto un senso di sfida, una spinta a fare di meglio, a creare l’opera d’arte definitiva; avrebbe cancellato tutto il passato e avrebbe compromesso il futuro: sarebbe rimasta solo quella, null’altro!
Appena varcò la porta notò che quel giorno mancavano due persone: peggio per loro! Il professore, appena la vide, si meravigliò del suo ritardo; Jen era stata una ragazza sempre puntuale e ordinata, curata nella persona e riservata con tutti. Lei avanzò verso il suo posto. Ogni studente aveva un proprio spazio, una propria tela con ogni strumento per la pittura, scultura e ogni forma d’arte. Solitamente non c’erano sedie per gli studenti, quel giorno però erano disposte di fronte alla cattedra, mentre tutto il resto era stato spostato nella parete più in fondo. Gli altri ragazzi avevano appoggiato e sistemato nella parete accanto alla cattedra le loro tavole, coperte ognuna da un suo telo; ciascuno avrebbe dovuto alzarsi, prendere il suo lavoro, mostrarlo e commentarlo.
"Jen, la tua tela?", domandò il professor Scott.
Lei tolse i suoi fogli da sotto il braccio e li sbandierò avvicinandosi all’insegnante, per poggiarli sul tavolo.
"Tutto qui?", chiese lui, pensando di avere qualcosa di più di qualche foglio dalla sua studente migliore.
"No" rispose seccata. Non poteva certo essere tutto lì! La maggior parte stava nella sua testa.
"Dove sta allora?", sbottò l'insegnante alzandosi di scatto, evidentemente innervosito da quella ragazza che pareva prenderlo in giro
"Deve avere pazienza, Scott. Le mostrerò tutto appena mi sarò preparata."
Lui si risedette. La calma della ragazza l’aveva disarmato.
Jen mise la sua borsa nell’unica sedia libera. Si sedette e aspettò con calma il suo turno, mentre sfilavano davanti ai suoi occhi tele pasticciate, oscenità spacciate per arte, visi felici e imbarazzati che presentavano colori sputati su una tela. Il sangue della ragazza ribolliva sempre più, finché, esasperata si alzò in piedi, facendo cadere la sedia
"Ora tocca a me!", disse scalpitante.
Corse verso la porta che bloccò dall’interno con un colpo secco al passante e si voltò verso quegli stupratori dell’arte.
"Che diavolo stai facendo?", sbraitò Scott
"Si calmi professore.. come ho detto ora tocca a me". Jen aveva ripreso la calma: "Ho chiuso la porta perché nessuno può interrompermi mentre creo la mia opera.."
Si portò dietro i suoi compagni che, spaventati dalla sua presenza alle loro spalle, si spostarono vicino al professore. Ora restava lei, di fronte a quei ragazzini e a quello stupido insegnante sempre col sorriso, che non aveva mai capito nulla dell’arte!
"Ora vedrete". Si girò verso la parete dov’erano poggiate le tele bianche. Con passo sostenuto portò dal fondo dell’aula una tavola poggiata su un cavalletto; la sistemò in mezzo alla stanza, con la parte su cui poggiare i colori verso le persone.
"Pregherei ognuno dei ragazzi di mettersi davanti alla tela, tutti rivolti verso di essa. Solo uno tra voi di davanti alla tavola.. professore, lei invece può tornare a sedersi sulla sua sedia.."
La tensione tra i giovani era palpabile. Nessuno però si mosse, anche se le ragazze iniziarono a dare qualche segno d’isteria. L’unico ragazzo presente, invece, cercava di stare calmo e, per quel che riusciva a fare, tentava di calmare le ragazze.
"Non capisco cosa tu voglia fare, Jen". Il professore tentennò un attimo prima di muovere un passo verso di lei. La ragazza lo notò subito con la coda dell’occhio, mentre rifletteva su come disporre i ragazzi.
"Non mi pare di aver chiesto la luna, professore.. si sieda..". Scott vacillò sul secondo passo.
"Si sieda ho detto!" ripeté "Ora!"Il dito dell'artista, puntato sul petto dell'uomo, averebbe potuto bucargli la pelle. Il grido riecheggiò tra le pareti e frenò ogni tentativo del professore di avanzare; all’udire l’urlo, le ragazze poterono dare sfogo alla loro oppressione psicologica, facendo scoppiare acute strilla di terrore. L’insegnante obbedì all’ordine; la paura dipinta sul volto tradiva il tentativo di restare calmo.
"Voi.." Jen riprese il suo tono pacato, ".. forza, davanti alle tavole!".
I suoi compagni si disposero come la ragazza aveva loro comandato. Jen tornò in fondo all’aula per prendere una matassa di spago e tornò verso il professore. Egli, appena la vide, inizio ad agitarsi sulla sedia ma Jen fu più veloce e si portò dietro di lui, sfoderando una forza che non pensava avesse e bloccandogli le braccia negli appoggi della sedia.
"Stia buona per favore, è necessario che lei veda la mia opera, ad ogni costo!". Iniziò a sciogliere lo spago spostandosi sul braccio destro di Scott per legarlo. Fece parecchi giri sull’arto, saldandolo ben stretto sul bracciolo di legno; impegnata nella legatura, Jen non si accorse del pugno che arrivava sul suo volto, tanto da non riuscire a evitarlo e da venire la ragazza alzò lo sguardo verso i suoi compagni, sbalzata all’indietro. Si ritrovò a terra, un po’ stordita, ma riprese subito la sua lucidità; afferrò la prima cosa che trovò per terra, una tavolozza di legno, e la sbatté sulla testa di Scott, facendolo svenire. Pensando di dover sistemare qualche altro tentativo di fuga ma, con sorpresa vide che quasi tutti non si erano mossi, tranne una ragazza che si era rannicchiata per terra, tappandosi le orecchie con i palmi delle mani.
“Bravi ragazzi..” pensò, soddisfatta di aver gestito al meglio una situazione come quella, che sembrava la scena di un film di serie B in cui un povero pazzo prende in ostaggio delle persone.
Terminò di legare il suo professore alla sedia, senza faticare più di tanto per il peso morto del corpo. Legò prima l’altro braccio, poi assicurò le gambe ai piedi della sedia.
Il silenzio nell’aula era rotto soltanto dai singhiozzi della ragazza che si era lasciata cadere a terra e che ora teneva la testa tra le gambe
"Alzati.." disse Jen, avvicinandosi di qualche passo alla ragazza, la quale obbedì.
"Cosa c‘entriamo noi?" chiese una voce maschile oltre le sue spalle. Jen, infuriata, strattonò la ragazza: non avrebbe tollerato un'altro insulto da parte loro!
"Come?" possibile che quei ragazzi fossero così tanto stupidi da non aver capito nulla? "Voi siete la mia opera! Tra poco entrerete nella storia! Sarete la più grande opera d‘arte che una mente possa partorire, sarete eterni!"
Si avvicino ancora un po’ alla ragazza in lacrime. La tirò a sé e la mise davanti alla tela, faccia rivolta al candido biancore che faceva risaltare i capelli rossi scompigliati della giovane.
"Non farmi del male, per favore.." sbiascicò
"Oddio! Come sei banale! Hai paura di morire?"
"Si.."
"Hai paura dell‘eternità..?"
La ragazza non rispose. Le lacrime avevano smesso di scorrere e ora lasciavano il posto ad un leggero tremolio che scuoteva piano tutto il corpo
"Capisco..". Nessuno aveva mai capito Jen. Né tanto meno l’avrebbero capita ora che aveva scoperto l’Opera, quella assoluta.
Si avvicinò alla sua sedia, prese la borsa e la portò alla cattedra. Il suo sguardo si posò sulle tele dei suoi compagni. Il disprezzo per quei conati d’arte rinnovò in lei la determinazione e la convinzione nel proseguire il suo operato.
"L‘Opera assoluta," disse "è questo che un artista deve cercare! I vostri miseri tentativi di sputare fantasia su un foglio bianco, la vostra incapacità mi deprime!". Frugò nella sua borsa, "Questa è l‘Arte!".
Il colpo di pistola rimbombò in tutta l’aula. Gli altri ragazzi si gettarono a terra. Jen puntò la pistola sugli altri ragazzi sparandoli alle gambe, in modo da evitare altri fastidi.
Alzò lo sguardo da terra. Sulla tela si mischiavano sangue e brandelli di materia cerebrale. Lei si avvicinò al corpo accasciato della prima ragazza che aveva sacrificato all’arte. Evitò di calpestare con i piedi la pozza di sangue scuro che si stava formando sotto la testa della ragazza; afferrò con forza i capelli e tirò su il capo, bagnò la faccia nel sangue, lo sollevò e impresse nella tela il volto insanguinato, trascinandolo verso destra, sfumando i contorni e creando una scia. Terminato, mollò la presa e fece distrattamente cadere il corpo per terra. Notando ciò che stava per causare, si affrettò a prendere i piedi della ragazza e la trascinò via.
Al di là della porta, si radunarono delle persone che tentavano di forzare la porta. Sbraitavano e la colpivano ripetutamente, incapaci di realizzare che non l’avrebbero potuta buttare giù con la sola forza dei loro corpi.
Per terra, le offerte all’arte, si contorcevano per il dolore causato dalle loro ferite. Jen passò lo sguardo di ognuno di loro, pensando a quale potesse essere la prossima o le prossime vittime sacrificali. Andò oltre quei corpi contorti e si mosse verso un armadietto di metallo. Lo aprì, senza nessuno sforzo, e prese alcuni strumenti che le tornavano sicuramente utili. Afferrò un taglierino, un martelletto e dei chiodi. Finalmente aveva tutto il necessario!
Tornò dai suoi ragazzi, raggiante. I rumori che prima aveva sentito provenire da dietro la porta erano cessati; ciò le dispose ancora di più l’animo al difficilissimo compito che stava per affrontare. Il chiasso dentro l’aula, invece, le creava un disagio notevole. Passò di fianco a loro, decisa a porre fine a quel tormento. Sparò in testa a due ragazze, sul cuore all’ultima, mentre invece tagliò la gola, di netto (non poteva permettersi esitazioni!), al ragazzo. Pulì il taglierino sulla maglietta del giovane e, folgorata, lo guardò più intensamente, scoprendo che quella doveva essere la parte principale del suo quadro. Prese dal cavalletto la tela appena dipinta e la pose, poggiata su una sedia, in piedi a fianco al corpo del ragazzo. L’effetto era davvero strabiliante!
Con il taglierino squarciò la t-shirt del suo modello, strappò via ciò che ne rimase e, con la lama, affondò nel suo ventre, aprendoglielo e tirando fuori gli intestini.trascinò il corpo della ragazza che aveva sparato al cuore e lo pose sopra le gambe distese del ragazzo. Tirò su il busto di quest’ultimo e lo fece appoggiare, per poter restare in piedi, ad una sedia. Mise in vista il buco al cuore della ragazza aprendole la camicetta, prese gli intestini e glieli avvolse intorno al collo. Col dito bagnato del sangue che fuoriusciva dal cuore, scrisse, sulla pancia della ragazza, “LEGAME”.
Si fermò davanti a ciò che aveva fatto. L’ammirò ma l’opera era ancora incompiuta. Prese il corpo di una delle altre due ragazze, spostò la tela dalla sedia e vi mise sopra il corpo; corse alla cattedra per prendere lo spago e legò le mani della ragazza dietro la sedia, in modo che non cadesse in avanti. Strappò sul davanti la sua maglietta e il suo reggiseno e li lasciò appesi alle spalle; chinò la testa in avanti, le aprì il torace, le frantumò lo sterno col martelletto e tirò fuori il cuore, stando attenta a fare piano mentre lo appoggiava alle ossa nude, in modo che non si staccasse per il suo peso. Ficcò, con forza, alcuni chiodi nell’organo, in maniera obliqua, raffigurando un cuore trafitto. Ancora una volta, sulla pelle, scrisse “AMORE”.
Che farne dell’altro corpo?
Nel corridoio dietro la porta si asserragliarono di nuovo delle persone. Questa volta sembravano esserci pure dei poliziotti. Il loro vociare era incomprensibile, dovuto anche allo spessore della porta che, in precedenza, aveva funzionato come tagliafuoco.
A quanto sembrava anche la polizia si era interessata alla nascita di un’artista. Jen poteva sentire la loro ansia, i loro gesti smaniosi di abbattere quella porta per entrare a vedere. Gli spettatori erano scalpitanti e lei aveva poco tempo per terminare il suo lavoro. Fino ad ora aveva seguito il suo progetto, ma ora l’ultima parte di esso non la stuzzicava più. Aveva pochissimo tempo per studiare un diversivo. Un maledetto diversivo!
Trascinò il corpo dell’ultima ragazza, la spogliò velocemente e, con rapida precisione, le tagliò i piccoli seni e le sfregiò il sesso. Bagnò, col suo stesso sangue e con quello che creava piccole pozzanghere nel pavimento. La mise seduta a gambe aperte, in modo che risaltasse, su tutto, la deturpazione, sistemandola poggiata alle gambe dell’altra ragazza seduta, cercando di non occultare la scritta di questa. Prese il martelletto e, con una gran fretta, scandì i propri colpi insieme a quelli che i suoi spettatori davano alla porta. Liberò il cervello della ragazza dalle schegge d’osso, prese le sue mani, legò i polsi alle gambe della modella dietro di lei, e le conficcò le dita nella materia grigia. Posizionò gli ultimi chiodi con la testa capovolta e premuta contro quella parte del corpo. Pulì la frante dal sangue e scrisse “RAGIONE”.
Aveva terminato! Si allontanò un poco dal suo quadro, per poter ammirare l’Opera nella sua interezza. Le lacrime agli occhi. Ora l’uomo si era fuso con l’arte, aveva dato se stesso per quella, il sacrificio necessario perché potesse diventare assoluta. Jen fu colmata da un senso di gioia incontrollabile! Ora mancava il giudizio, quello che l’avrebbe consacrata Immortale!
Dietro di sé Scott era ancora privo di sensi. Lo trasportò davanti all’Opera e gli si mise davanti per svegliarlo. Lo schiaffeggiò ripetutamente, finché il professore iniziò ad aprire gli occhi. Ancora frastornato per il colpo ricevuto, rimase prima incuriosito da ciò che aveva davanti, poi urlò e infine vomitò su se stesso, non capace di trattenere i suoi conati.
"Questa è la mia opera, professore. Non ha titolo perché non può averne; è quella assoluta, l‘uomo fonde se stesso con l‘arte, divenendo una cosa sola!"
Scott non disse nulla; impegnava il proprio tempo ad agitarsi nella sedia, cercando di divincolarsi con la forza dalle strette spire dello spago, riscendo soltanto a procurarsi ferite profonde e insanguinare la corda.
"Qual è il suo giudizio?".
Seguì un gorgoglio nato dal profondo della gola dell’insegnante, che fuoriuscì insieme all’acido verdastro del suo stomaco e andò a colare lento sul suo mento.
Jen si sentì insultata. Una rabbia istintiva irrigidì il suo braccio e le fece infilzare il taglierino nella gola di quel bestemmiatore. Il sangue si mischiò al liquido verde.
La ragazza si sentì delusa, la pervase la sensazione di essere sola, inutile. Ciò però non la intimorì. Con passo deciso andò verso la porta, incitata dal clamore dei suoi spettatori. Sbloccò la porta e la spalancò. Si trovo di fronte un folto gruppo di poliziotti e, poco più in là, di studenti e altri professori. In un battito di ciglia gli agenti le furono addosso, la trascinarono a terra e l’ammanettarono, trattandola come il peggiore dei criminali. Quando, con forza, la tirarono su prendendola sotto le braccia, notò alcuni di loro guardare, esterrefatti, la sua Opera, chi, con le mani, bloccava un probabile grido di terrore rimasto incastrato tra le corde vocali.
Jen sorrise. La sua missione era compiuta. “Ammirate!” pensò. Ora tutto il mondo avrebbe conosciuto il suo genio e nessuno l’avrebbe mai negato.
Il sorriso di Jen non si spense mai, nemmeno quando, durante il solito giorno di visita dello strizzacervelli nella sua cella, lui le porse la sua penna e le chiese di disegnare qualcosa
"Fammi vedere quanto sei brava, Jen."