Titolo: Nyctophilia.
Autore: ~Zewik
Rating: Verde.
Genere: Introspettivo, Malinconico.
Note: Incompiuta. (Ovvero: non ha né capo né coda.)
Completa: Sì.
Ci sono così poche cose ormai che mi fanno sentire viva.
L’acqua gelida e dolce nella gola.
La pioggia sulla pelle.
Il sapore del sangue e un dito che pulsa.
Sospiro.
Scrivo.
Tanto non sembro capace di far altro.
Lettera dopo lettera firmo la mia condanna all’inutilità.
Scrivo.
Parola dopo parola confermo la vanità della mia esistenza.
Prendo un sorso di caffè.
Anzi no. Questo rigo di sopra è fantasia. A me il caffè nemmeno piace.
Mi piacerebbe sorseggiare del caffè.
Ma in realtà non mi piace, quindi mi accontento di pigiare questi tasti inutili.
Scrivo.
Frase dopo frase mi condanno a morte.
“Lunga è l’arte, breve la vita”.
Ma se non c’è arte e la vita si ostina a permanere laddove non è desiderata... lì succedono i casini.
Perdonatemi il modo di scrivere brusco.
Una frase dietro l’altra.
Fredda.
Pesante.
È che ormai scrivo come parlo.
Non riesco a farne a meno.
E io parlo poco. Molto poco.
Perdonatemi il modo di scrivere brusco.
Una frase dietro l’altra, vomitata, messa lì a casaccio, mi ripeto anche, perché no. Lo trovo così rilassante.
Ripeti.
Ripeti.
Ancora.
Ripeti.
C’è un che di religioso in ciò.
Del resto cos’è una preghiera?
20 Ave Maria, vai in pace.
Ripetilo ancora.
Una volta dopo l’altra.
Venti volte.
Ave o Maria, piena di grazia..
Ancora.
Prega.
Segui le pecore.
Sii lupo.
Sono arrivata alla seconda pagina, i miracoli esistono.
Forse perché gli ho fatto pubblicità.
O forse perché salto dei righi.
Frasi sconnesse.
Capoversi impigliati nelle parole.
Non si vogliono sbrogliare.
Questa non è arte.
Questa non è arte.
Queste sono cazzate.
Cazzate di qualcuno che non sa cosa scrivere e scrive ciò che gli passa
per la testa in quel fottuto momento in cui gli sembra di poter
diventare immortale.
Dante è diventato immortale.
Cos’ha Dante che non ho io?
Un cervello, per esempio.
Tutti abbiamo un cervello.
Okay. Dante lo sapeva usare.
Grazie.
Lo so.
Noioso.
È noioso ciò che scrivo.
Non ha nesso logico.
Ciò che non ha nesso logico stanca, fa sentire spossati, la gente cerca
di seguire e non ci riesce, alla fine abbandona, rinuncia.
Il fatto è che sono vuota.
Briciola dopo briciola, oncia dopo oncia, mi avete tutti quanti voi
svuotata di ciò che ero, facendomi diventare ciò che sono, e non ho idea
di ciò che sono.
È colpa vostra.
Mia e vostra.
Colpa nostra.
Vomito parole.
Cadono qui e lì a casaccio.
Disordinatamente.
In attesa che le dita gli diano un ordine.
Ma le dita sono pigre. Sentono la fiacchezza nelle ossa, nelle carni.
Sento la fiacchezza nelle ossa, nelle carni.
Vorrei poter ascoltare Beethoven.
Solitamente mi calma.
Non c’è nulla di più rilassante della seconda sinfonia.
Ma non posso.
È notte fonda.
I demoni mi circondano.
So che sono lì, in agguato, appena oltre il confine dell’alone bianco della luce dello schermo.
Attendono un mio passo falso.
Basta chiudere gli occhi.
Sono lì.. chiudo gli occhi, un sospiro mi riscuote, sussulto e li riapro
ma è tutto come prima, mi impressiono, il mio cervello sta provando ad
uccidermi.
Non posso dargli tutti i torti.
Poverino.
È che non mi sento in grado.
Di vivere, intendo.
Scusami, scusami.
Io non voglio vivere.
Non è colpa tua.
Mi dai una ragione per restare.
Ma ne ho altre mille per andare.
Parole e inchiostro nasce dalla voglia di sognare di un gruppo di scrittori contemporanei per trasmettere al lettore la leggerezza della fantasia e la bellezza dell'arte.
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domenica 29 dicembre 2013
giovedì 19 dicembre 2013
Beautiful monster
Titolo: Beautiful monster.
Autore: ~Zewik
Rating: Arancione. (scene a contenuto sessuale)
Genere: Romantico, Slice of life.
Tipo di coppia: Het.
Note: Lemon, Lime.
Completa: Sì.
Quando ritorno a casa so già cosa – o meglio, chi – mi attende, dunque non metto fretta nel mio salire le scale, nell’aprire la porta, nel togliermi la giacca. Ho ancora dello sporco sotto le unghie, so che Alexandra mi controllerà, e so anche che i suoi occhi verdi rifuggiranno i miei e nonostante questo io non mi vergognerò minimamente di ciò che sono.
Nel momento stesso in cui poso la giacca sull’attaccapanni sento la sua presenza nella stanza: quando mi volto è lì a fissarmi sospettosa.
«Dove sei stato?» chiede subito.
«A mangiare fuori» rispondo altrettanto in fretta, quasi sfidandola con lo sguardo.
«E non mi hai portata con te?» ironizza, sapendo già di cosa parlo. Mi viene spontaneo farle un sorriso che ha un che crudele.
«Se tu volessi, potrei farlo.. ma dubito che il tuo stomaco reggerebbe».
Alex, mia moglie, è una donna che ho sempre trovato bellissima, persino quando la conoscevo appena: ha vaporosi ricci rossi e gli occhi verdi, un viso cosparso di efelidi e una corporatura esile ma morbida. Ci conosciamo da almeno cinque anni ma abitiamo insieme e ci amiamo solo da tre... e ci va bene così. Non mi sono mai aperto così con qualcuno, non ho mai trovato nessuno che fosse disposto ad accogliermi con così poche riserve, non ho mai vissuto un’esperienza simile.. devo ammettere che la amo da impazzire, perché senza di lei con tutta probabilità non sopravvivrei a lungo.
«Bè.. magari potrei stupirti, terribile presuntuoso» dice lei, avvicinandosi a me e mettendomi le braccia attorno al collo; istintivamente la stringo a me e chiudo gli occhi, inspirando il suo profumo di miele e fiori.
«Mh.. preferisco comunque andare da solo» mormoro, rifiutandomi di aprire gli occhi e interrompere quel contatto che, dopo tutta la morte che ho provocato meno di due ore fa, sa così tanto di vita.
«Sei irrequieto, però» sussurra lei, rompendo l’abbraccio mio malgrado e prendendomi la mano. Questo gesto mi provoca una reazione strana, come di smarrimento: qual è l’ultima persona che ho preso per mano prima di Alexandra? Mi sembra di avere come un vuoto di memoria, e la cosa mi confonde. Forse lei nota il mio disorientamento e si volta verso di me, mi guarda con i suoi occhi verdi, mi chiama.
«Aidan? Aidan.. tutto bene?» mi prende il viso fra le mani perché io la guardi negli occhi.. che sciocca, non ne ha mica bisogno: i miei occhi sono incatenati ai suoi, le mie labbra vogliono le sue, ogni atomo del mio corpo cerca disperatamente l’atomo corrispondente nel corpo di Alexandra.
«Se ci sei tu, sì» rispondo con voce roca, attirandola a me e baciandola: il mondo esplode intorno a me, questa donna non può farmi quest’effetto.. la amo così tanto, non può essere vero, devo stare per forza sognando.
Eppure quando riapro gli occhi lei è lì fra le mie braccia, che mi morde piano il labbro inferiore, come un gattino che gioca a fare la tigre; mi viene istintivo sorridere e lei molla il labbro.
«Cosa c’è?» chiede, contrariata, quasi sul punto di imbronciarsi, e io sorrido di più.
«Niente..».
«Hai ancora il sapore in bocca» mormora, senza smettere di fissarmi, come studiando le mie reazioni. Non capisco la frase, quindi inclino il capo di lato mentre il mio cervello cerca di venirne a capo.
«...quindi?».
«Mi piace. Sai che mi piace» dice, a fior di labbra appena prima di baciarmi. Quella frase mi provoca una reazione estrema: spingo la mia eccitazione contro il suo corpo e lei sussulta, ridendo.
«Ma dai! Sei impossibile!» mi prende in giro, mentre le mordo dolcemente il collo e lei mi infila le mani fra i capelli, gettando la testa all’indietro: una cascata di capelli rossi mi investe mentre sollevo lo sguardo sul suo viso.
«E tu sei bellissima» sorrido, mentre le tolgo lentamente gli indumenti lì, nell’ingresso di casa nostra, e lei si morde le labbra ridendo.
«Certo.. come un muflone» ribatte, mentre anche le sue mani si infilano sotto la mia camicia, a contatto con la mia pelle che, in confronto alla sua, è appena tiepida. La sua carne mi trasmette un calore di cui ho disperatamente bisogno, mi tuffo fra le sue braccia e ci cerchiamo, ci amiamo, ci completiamo. Ogni volta che faccio l’amore con lei è così: un bisogno disperato di sentirci completi, uniti, ogni volta di più, e anche stavolta non è diverso, anzi, questa volta lei mi lecca le mani e le unghie, lavando il sangue sotto di esse con la saliva.. e questo mi fa sentire bene. Alexandra mi comprende, Alexandra sa di cosa ho bisogno, io so renderla felice, so starle accanto, noi sappiamo stare insieme, noi lo vogliamo.
Quando l’amplesso è finito entrambi sentiamo ancora dell’energia pervaderci, e restiamo a guardarci: i nostri corpi sono stanchi, mentre le nostre anime non si stancherebbero mai di amarsi.
«Davvero ti piacerebbe?» e quando lo chiedo so già la risposta: no, non le piacerebbe. Non le piacerebbe vedere ragazzini sventrati e io che ripulisco le loro ossa con i denti in modo ossessivo, fino a renderle praticamente bianche. Non le piacerebbe vedere il suo amato Aykir diventare un mostro orrendo che ha solo sete di sangue e fame di carne umana. Non le piacerebbe fuggire via da me e sentirsi ferita da ciò che faccio.
«Forse non troppo» ammette lei, carezzandomi il viso e guardandomi negli occhi.
«Forse non troppo» concordo, muovendo appena le labbra, e lei intreccia le dita nei miei capelli.
«Troveremo un modo per condividere anche quello» propone, e io sorride scettico.
«Ne dubito. Per me è nutrimento, lo sai.. per te sarebbe solo sofferenza» rispondo serio, baciandole la fronte. Il pavimento è freddo e succhia via anche quei residui di calore restati dopo l’amore, quindi a fatica mi alzo e le porgo una mano perché venga con me, dopodiché la prendo in braccio e lei mi bacia il collo e le spalle mentre mi dirigo in salotto: ci stendiamo nudi sul divano e lei ci avvolge in una enorme coperta di pile.
«Non mi hai mai detto chi è di solito.. la tua vittima tipo» mormora, e sento il suo disagio nel pormi quella domanda.
«Sicura di volerlo sapere?» le chiedo paziente, come se stessi parlando ad una bambina. Lei non si offende e capisce che è necessario che io glielo chieda, così arrischia un altro tipo di domanda.
«Potrebbe non piacermi?» sussurra, guardandomi attentamente.
«Non mi guarderesti più con questi occhi adoranti» sorrido, pur sapendo che è vero. Lei sorride in risposta, timidamente, e mi bacia il petto.
«Non c’è nulla che potrebbe farmi ricredere sul mio amore per te, Aidan».
Resto in silenzio a guardarla negli occhi, quasi come se mi stessi godendo gli ultimi istanti di amore imperituro, poi chiudo i miei e getto la testa all’indietro sul cuscino.
«Ragazzini, perlopiù. Dai dieci ai quindici anni al massimo. Quelli che sono soli, che nessuno vuole, a cui nessuno pensa. Impiegati nel lavoro nero o peggio. Così nessuno nota se spariscono».
La sento ancora respirare tranquilla su di me, ma le sue braccia si stringono di più attorno al mio petto. Mi viene naturale accarezzarle i capelli, ad occhi chiusi, e lei non si scosta.. a quel punto sono troppo curioso e la guardo con le palpebre socchiuse. Mi sta osservando attentamente, come un gatto che ha visto qualcosa muoversi fra l’erba, pronto a scattare.
«Dici sul serio o mi stavi prendendo in giro?» chiede incerta. Io apro completamente gli occhi e la fisso con le sopracciglia aggrottate, così lei intuisce la mia risposta.
«..perché proprio loro?» ansima, e comprendo che l’impatto emotivo sta avvenendo un poco in ritardo. La stringo a me non per impedirle di scappare, ma per impedirle di cadere dal divano, e lei affonda le unghie nelle mie braccia, senza fiato.
«Gli adulti sono più facili da prendere, ma è più difficile che siano sani e che nessuno noti la loro sparizione. Se un senzatetto finisce nel nulla gli altri senzatetto si chiedono che fine abbia fatto quella vecchia spugna.. se sparisce un bambino quasi nessuno lo nota: avrà trovato fortuna, se lo sarà preso qualcuno, l’avranno tolto dalla strada, sarà finito in orfanotrofio.. e così via. I bambini sono tutti uguali» mormoro, socchiudendo gli occhi, e lei stringe i denti: la sento tendersi su di me.
«E se tu avessi un figlio?».
«Ne ho avuti, in passato».
La cosa non la stupisce, lo sa già, ma evidentemente intende dire qualcos’altro.
«Intendo.. ora».
Mi fermo a guardarla, pacato.
«Non cambierebbe nulla, lo sai. Sarei un padre e un marito modello che fa il sicario e ogni tanto divora qualche bimbo. Sono io, questo. Lo sai».
Lei si sofferma un attimo sul pensiero e rabbrividisce.
«Ehy.. me l’hai chiesto tu» mormoro, infastidito, e distolgo lo sguardo da lei: mi sto arrabbiando, e non va bene. Lei scuote il capo.
«È colpa mia».
«Che?» mi volto nuovamente verso di lei, colpito.
«Prima di tutto non dovevo chiedertelo» rabbrividisce ancora, senza controllo, e io mi avvolgo una sua ciocca di capelli rossi attorno alle dita, nervosamente. «E ancora prima di questo, non dovevo costruirmi una risposta perfetta in testa» conclude, guardando la tv spenta di fronte al divano.
«Risposta perfetta?» chiedo, senza capire. Si volta verso di me: anche lei è arrabbiata, gli occhi verdi le scintillano pericolosamente, sull’orlo delle lacrime.
«Sì!» esplode, rabbiosa, mentre le lacrime le rigano le guance. «Mi sono detta che sicuramente uccidevi criminali, che andavi a caccia della feccia umana e la toglievi di mezzo, che..» si interrompe in singhiozzi, e in me la tristezza prevale sulla rabbia. La abbraccio stretta e lei affonda il viso nel mio petto, stringendomi altrettanto forte, singhiozzando. Le carezzo i capelli senza sapere cosa dirle, le parole mi si sono seccate sulla lingua, vorrei solo che non dovesse mai piangere per colpa mia, tutto qui... ma forse chiedo troppo a me stesso, sono una persona troppo orribile perché ciò possa avvenire.
«Piccola...».
«Aidan..».
Decido di spiegarle, con calma e pazienza, le mie ragioni: lei mi comprende, io mi fido di lei, non mi viene nemmeno per un attimo il dubbio che lei potrebbe non capire, abbandonarmi, andarsene, guardarmi con odio.
«..sono io stesso un criminale, io stesso uccido persone per denaro e non... come potrei uccidere criminali? Sarebbe un modo meschino per rimettermi in pari con i litri di sangue che ho versato» mormoro, tentando di farle capire. «Inoltre i criminali che intendi tu spesso sono drogati, fumatori, alcolizzati e solo gli déi sanno cos’altro.. non ti piacerebbe vedermi intossicato da nicotina, alcol e sostanze stupefacenti varie».
«No, infatti..» mormora lei, tirando su col naso. Incoraggiato, proseguo:
«...inoltre gli adulti hanno una carne meno tenera. Quando vai dal macellaio tu ordini il vitello, non il bue affaticato dal lavoro.. la sua carne risulterebbe immangiabile».
Alexandra chiude gli occhi e percepisco il suo respiro calmarsi contro la mia pelle: mi scendono piccoli brividi lungo la colonna vertebrale. Amo essere qui, amo essere vivo, amo lei.
«Lo capisco» sussurra. «Ma se tu avessi un bambino qui, ora, con te.. lo mangeresti?».
«Non sono così disumano, Alex» mormoro, quasi con tono di rimprovero, e lei apre gli occhi per guardarmi.
«Davvero?».
Sorrido.
«Sì».
«Però sei un mostro».
«Non l’ho mai negato» dico con dolcezza, e lei mi passa un dito sulle labbra.
«Un bellissimo mostro» mormora incantata, e io sorrido di più, con ancora più dolcezza.
«Un bellissimo mostro» mormoro, ripetendo quello che mi dice, come se non potessi credere che quelle parole possano essere combinate proprio in quel modo solamente per me.
«Sì» dice, più decisa, passandomi le dita fra i capelli neri. «Sei un mostro, un bellissimo mostro».
«E...?» la incito a continuare. Lei mi guarda negli occhi, come se mi stesse sondando l’anima, e io mi sento quasi intimidito da lei, seppure solo per un istante.
«...ma non mi importa» conclude, facendomi un piccolo sorriso timido. E l’amore che vedo nei suoi occhi è sincero, puro, come prima di iniziare quel discorso. Non c’è dubbio nel suo sguardo, nessuna incertezza agita il suo animo.. e io mi sento compreso, ancora. Vorrei solo scomparire fra le sue braccia.
«Ti amo» mormoro, e sento il suo cuore sul mio petto accelerare.
«Anche io ti amo» risponde con un soffio, prima di baciarmi sorridendo.
Autore: ~Zewik
Rating: Arancione. (scene a contenuto sessuale)
Genere: Romantico, Slice of life.
Tipo di coppia: Het.
Note: Lemon, Lime.
Completa: Sì.
Quando ritorno a casa so già cosa – o meglio, chi – mi attende, dunque non metto fretta nel mio salire le scale, nell’aprire la porta, nel togliermi la giacca. Ho ancora dello sporco sotto le unghie, so che Alexandra mi controllerà, e so anche che i suoi occhi verdi rifuggiranno i miei e nonostante questo io non mi vergognerò minimamente di ciò che sono.
Nel momento stesso in cui poso la giacca sull’attaccapanni sento la sua presenza nella stanza: quando mi volto è lì a fissarmi sospettosa.
«Dove sei stato?» chiede subito.
«A mangiare fuori» rispondo altrettanto in fretta, quasi sfidandola con lo sguardo.
«E non mi hai portata con te?» ironizza, sapendo già di cosa parlo. Mi viene spontaneo farle un sorriso che ha un che crudele.
«Se tu volessi, potrei farlo.. ma dubito che il tuo stomaco reggerebbe».
Alex, mia moglie, è una donna che ho sempre trovato bellissima, persino quando la conoscevo appena: ha vaporosi ricci rossi e gli occhi verdi, un viso cosparso di efelidi e una corporatura esile ma morbida. Ci conosciamo da almeno cinque anni ma abitiamo insieme e ci amiamo solo da tre... e ci va bene così. Non mi sono mai aperto così con qualcuno, non ho mai trovato nessuno che fosse disposto ad accogliermi con così poche riserve, non ho mai vissuto un’esperienza simile.. devo ammettere che la amo da impazzire, perché senza di lei con tutta probabilità non sopravvivrei a lungo.
«Bè.. magari potrei stupirti, terribile presuntuoso» dice lei, avvicinandosi a me e mettendomi le braccia attorno al collo; istintivamente la stringo a me e chiudo gli occhi, inspirando il suo profumo di miele e fiori.
«Mh.. preferisco comunque andare da solo» mormoro, rifiutandomi di aprire gli occhi e interrompere quel contatto che, dopo tutta la morte che ho provocato meno di due ore fa, sa così tanto di vita.
«Sei irrequieto, però» sussurra lei, rompendo l’abbraccio mio malgrado e prendendomi la mano. Questo gesto mi provoca una reazione strana, come di smarrimento: qual è l’ultima persona che ho preso per mano prima di Alexandra? Mi sembra di avere come un vuoto di memoria, e la cosa mi confonde. Forse lei nota il mio disorientamento e si volta verso di me, mi guarda con i suoi occhi verdi, mi chiama.
«Aidan? Aidan.. tutto bene?» mi prende il viso fra le mani perché io la guardi negli occhi.. che sciocca, non ne ha mica bisogno: i miei occhi sono incatenati ai suoi, le mie labbra vogliono le sue, ogni atomo del mio corpo cerca disperatamente l’atomo corrispondente nel corpo di Alexandra.
«Se ci sei tu, sì» rispondo con voce roca, attirandola a me e baciandola: il mondo esplode intorno a me, questa donna non può farmi quest’effetto.. la amo così tanto, non può essere vero, devo stare per forza sognando.
Eppure quando riapro gli occhi lei è lì fra le mie braccia, che mi morde piano il labbro inferiore, come un gattino che gioca a fare la tigre; mi viene istintivo sorridere e lei molla il labbro.
«Cosa c’è?» chiede, contrariata, quasi sul punto di imbronciarsi, e io sorrido di più.
«Niente..».
«Hai ancora il sapore in bocca» mormora, senza smettere di fissarmi, come studiando le mie reazioni. Non capisco la frase, quindi inclino il capo di lato mentre il mio cervello cerca di venirne a capo.
«...quindi?».
«Mi piace. Sai che mi piace» dice, a fior di labbra appena prima di baciarmi. Quella frase mi provoca una reazione estrema: spingo la mia eccitazione contro il suo corpo e lei sussulta, ridendo.
«Ma dai! Sei impossibile!» mi prende in giro, mentre le mordo dolcemente il collo e lei mi infila le mani fra i capelli, gettando la testa all’indietro: una cascata di capelli rossi mi investe mentre sollevo lo sguardo sul suo viso.
«E tu sei bellissima» sorrido, mentre le tolgo lentamente gli indumenti lì, nell’ingresso di casa nostra, e lei si morde le labbra ridendo.
«Certo.. come un muflone» ribatte, mentre anche le sue mani si infilano sotto la mia camicia, a contatto con la mia pelle che, in confronto alla sua, è appena tiepida. La sua carne mi trasmette un calore di cui ho disperatamente bisogno, mi tuffo fra le sue braccia e ci cerchiamo, ci amiamo, ci completiamo. Ogni volta che faccio l’amore con lei è così: un bisogno disperato di sentirci completi, uniti, ogni volta di più, e anche stavolta non è diverso, anzi, questa volta lei mi lecca le mani e le unghie, lavando il sangue sotto di esse con la saliva.. e questo mi fa sentire bene. Alexandra mi comprende, Alexandra sa di cosa ho bisogno, io so renderla felice, so starle accanto, noi sappiamo stare insieme, noi lo vogliamo.
Quando l’amplesso è finito entrambi sentiamo ancora dell’energia pervaderci, e restiamo a guardarci: i nostri corpi sono stanchi, mentre le nostre anime non si stancherebbero mai di amarsi.
«Davvero ti piacerebbe?» e quando lo chiedo so già la risposta: no, non le piacerebbe. Non le piacerebbe vedere ragazzini sventrati e io che ripulisco le loro ossa con i denti in modo ossessivo, fino a renderle praticamente bianche. Non le piacerebbe vedere il suo amato Aykir diventare un mostro orrendo che ha solo sete di sangue e fame di carne umana. Non le piacerebbe fuggire via da me e sentirsi ferita da ciò che faccio.
«Forse non troppo» ammette lei, carezzandomi il viso e guardandomi negli occhi.
«Forse non troppo» concordo, muovendo appena le labbra, e lei intreccia le dita nei miei capelli.
«Troveremo un modo per condividere anche quello» propone, e io sorride scettico.
«Ne dubito. Per me è nutrimento, lo sai.. per te sarebbe solo sofferenza» rispondo serio, baciandole la fronte. Il pavimento è freddo e succhia via anche quei residui di calore restati dopo l’amore, quindi a fatica mi alzo e le porgo una mano perché venga con me, dopodiché la prendo in braccio e lei mi bacia il collo e le spalle mentre mi dirigo in salotto: ci stendiamo nudi sul divano e lei ci avvolge in una enorme coperta di pile.
«Non mi hai mai detto chi è di solito.. la tua vittima tipo» mormora, e sento il suo disagio nel pormi quella domanda.
«Sicura di volerlo sapere?» le chiedo paziente, come se stessi parlando ad una bambina. Lei non si offende e capisce che è necessario che io glielo chieda, così arrischia un altro tipo di domanda.
«Potrebbe non piacermi?» sussurra, guardandomi attentamente.
«Non mi guarderesti più con questi occhi adoranti» sorrido, pur sapendo che è vero. Lei sorride in risposta, timidamente, e mi bacia il petto.
«Non c’è nulla che potrebbe farmi ricredere sul mio amore per te, Aidan».
Resto in silenzio a guardarla negli occhi, quasi come se mi stessi godendo gli ultimi istanti di amore imperituro, poi chiudo i miei e getto la testa all’indietro sul cuscino.
«Ragazzini, perlopiù. Dai dieci ai quindici anni al massimo. Quelli che sono soli, che nessuno vuole, a cui nessuno pensa. Impiegati nel lavoro nero o peggio. Così nessuno nota se spariscono».
La sento ancora respirare tranquilla su di me, ma le sue braccia si stringono di più attorno al mio petto. Mi viene naturale accarezzarle i capelli, ad occhi chiusi, e lei non si scosta.. a quel punto sono troppo curioso e la guardo con le palpebre socchiuse. Mi sta osservando attentamente, come un gatto che ha visto qualcosa muoversi fra l’erba, pronto a scattare.
«Dici sul serio o mi stavi prendendo in giro?» chiede incerta. Io apro completamente gli occhi e la fisso con le sopracciglia aggrottate, così lei intuisce la mia risposta.
«..perché proprio loro?» ansima, e comprendo che l’impatto emotivo sta avvenendo un poco in ritardo. La stringo a me non per impedirle di scappare, ma per impedirle di cadere dal divano, e lei affonda le unghie nelle mie braccia, senza fiato.
«Gli adulti sono più facili da prendere, ma è più difficile che siano sani e che nessuno noti la loro sparizione. Se un senzatetto finisce nel nulla gli altri senzatetto si chiedono che fine abbia fatto quella vecchia spugna.. se sparisce un bambino quasi nessuno lo nota: avrà trovato fortuna, se lo sarà preso qualcuno, l’avranno tolto dalla strada, sarà finito in orfanotrofio.. e così via. I bambini sono tutti uguali» mormoro, socchiudendo gli occhi, e lei stringe i denti: la sento tendersi su di me.
«E se tu avessi un figlio?».
«Ne ho avuti, in passato».
La cosa non la stupisce, lo sa già, ma evidentemente intende dire qualcos’altro.
«Intendo.. ora».
Mi fermo a guardarla, pacato.
«Non cambierebbe nulla, lo sai. Sarei un padre e un marito modello che fa il sicario e ogni tanto divora qualche bimbo. Sono io, questo. Lo sai».
Lei si sofferma un attimo sul pensiero e rabbrividisce.
«Ehy.. me l’hai chiesto tu» mormoro, infastidito, e distolgo lo sguardo da lei: mi sto arrabbiando, e non va bene. Lei scuote il capo.
«È colpa mia».
«Che?» mi volto nuovamente verso di lei, colpito.
«Prima di tutto non dovevo chiedertelo» rabbrividisce ancora, senza controllo, e io mi avvolgo una sua ciocca di capelli rossi attorno alle dita, nervosamente. «E ancora prima di questo, non dovevo costruirmi una risposta perfetta in testa» conclude, guardando la tv spenta di fronte al divano.
«Risposta perfetta?» chiedo, senza capire. Si volta verso di me: anche lei è arrabbiata, gli occhi verdi le scintillano pericolosamente, sull’orlo delle lacrime.
«Sì!» esplode, rabbiosa, mentre le lacrime le rigano le guance. «Mi sono detta che sicuramente uccidevi criminali, che andavi a caccia della feccia umana e la toglievi di mezzo, che..» si interrompe in singhiozzi, e in me la tristezza prevale sulla rabbia. La abbraccio stretta e lei affonda il viso nel mio petto, stringendomi altrettanto forte, singhiozzando. Le carezzo i capelli senza sapere cosa dirle, le parole mi si sono seccate sulla lingua, vorrei solo che non dovesse mai piangere per colpa mia, tutto qui... ma forse chiedo troppo a me stesso, sono una persona troppo orribile perché ciò possa avvenire.
«Piccola...».
«Aidan..».
Decido di spiegarle, con calma e pazienza, le mie ragioni: lei mi comprende, io mi fido di lei, non mi viene nemmeno per un attimo il dubbio che lei potrebbe non capire, abbandonarmi, andarsene, guardarmi con odio.
«..sono io stesso un criminale, io stesso uccido persone per denaro e non... come potrei uccidere criminali? Sarebbe un modo meschino per rimettermi in pari con i litri di sangue che ho versato» mormoro, tentando di farle capire. «Inoltre i criminali che intendi tu spesso sono drogati, fumatori, alcolizzati e solo gli déi sanno cos’altro.. non ti piacerebbe vedermi intossicato da nicotina, alcol e sostanze stupefacenti varie».
«No, infatti..» mormora lei, tirando su col naso. Incoraggiato, proseguo:
«...inoltre gli adulti hanno una carne meno tenera. Quando vai dal macellaio tu ordini il vitello, non il bue affaticato dal lavoro.. la sua carne risulterebbe immangiabile».
Alexandra chiude gli occhi e percepisco il suo respiro calmarsi contro la mia pelle: mi scendono piccoli brividi lungo la colonna vertebrale. Amo essere qui, amo essere vivo, amo lei.
«Lo capisco» sussurra. «Ma se tu avessi un bambino qui, ora, con te.. lo mangeresti?».
«Non sono così disumano, Alex» mormoro, quasi con tono di rimprovero, e lei apre gli occhi per guardarmi.
«Davvero?».
Sorrido.
«Sì».
«Però sei un mostro».
«Non l’ho mai negato» dico con dolcezza, e lei mi passa un dito sulle labbra.
«Un bellissimo mostro» mormora incantata, e io sorrido di più, con ancora più dolcezza.
«Un bellissimo mostro» mormoro, ripetendo quello che mi dice, come se non potessi credere che quelle parole possano essere combinate proprio in quel modo solamente per me.
«Sì» dice, più decisa, passandomi le dita fra i capelli neri. «Sei un mostro, un bellissimo mostro».
«E...?» la incito a continuare. Lei mi guarda negli occhi, come se mi stesse sondando l’anima, e io mi sento quasi intimidito da lei, seppure solo per un istante.
«...ma non mi importa» conclude, facendomi un piccolo sorriso timido. E l’amore che vedo nei suoi occhi è sincero, puro, come prima di iniziare quel discorso. Non c’è dubbio nel suo sguardo, nessuna incertezza agita il suo animo.. e io mi sento compreso, ancora. Vorrei solo scomparire fra le sue braccia.
«Ti amo» mormoro, e sento il suo cuore sul mio petto accelerare.
«Anche io ti amo» risponde con un soffio, prima di baciarmi sorridendo.
sabato 7 dicembre 2013
Cannibalism
CANNIBALISM
Autore: ~Zewik.
AVVISO: QUESTA ONE SHOT NON È CONSIGLIATA AD UN PUBBLICO SENSIBILE.
CONTIENE MATERIALI VIOLENTI E/O ESPLICITI.
Genere: Horror, Introspettivo, Sovrannaturale.
Avvertimenti: Contenuti forti, Violenza.
Rating: ROSSO.
Completa: sì.
Un respiro. Un altro.
Sono ancora vivo o sto solo respirando?
Brandello a brandello è come se sentissi la mia anima sfaldarsi, cadere in pezzi, ad ogni brano di carne che strappo dall'osso.
Si può considerare cannibalismo? So già la risposta: no. Perché appartengo a tante razze, quindi a nessuna. Non potrei mai, mai essere cannibale.
Muovo le dita dei piedi immerse nel vermiglio, sono viscose, scivolano le une sulle altre ma fanno attrito, non è sangue puro, il sangue puro è impossibile da ottenere. Sollevo una mano e osservo i rivoli rosso cupo scivolare sul polso, sul braccio, riempirmi l'incavo del gomito che schiocca nel piegare il braccio sul ginocchio.
L'odore era ciò che più mi esaltava, ma ora ce n'è troppo, davvero troppo. Mi sento prendere alla gola dall'odore metallico e salato del sangue, il metallo sfuma nel sale, davvero il sangue è salato. Mi lecco un dito, osservo il suo pallore in quel mare di rosso cupo. È semplicemente.. poetico.
Intendo, il sangue sulla neve, macchie rosse sul bianco, è facile da ottenere. Ma provare a fare macchie bianche sul rosso. Impossibile.
Qualcosa s'incrina nei miei pensieri quando sento un singhiozzo. Sospiro e mi volto, la afferro per i capelli, si leva un urlo.
I miei occhi, viola ed innaturali per un umano, incontrano i suoi semplicemente marroni, nemmeno color nocciola, proprio di un marrone noioso e umano, animale. La fisso negli occhi e lei singhiozza, piange, il suo viso è deformato dalla disperazione, dal terrore. Lascio che il mio viso assuma un'espressione compassionevole e lei si rasserena appena, piagnucola.
-Ti pre-ego..- sussurra, o ci tenta. La sua voce ha la stessa intensità di un trapano elettrico, arriccio il naso infastidito e chiudo gli occhi, sbattendole la testa sul bordo della vasca. Il cranio si rompe come un guscio d'uovo, mi sento troppo forte e capisco per la prima volta cosa voglia dire 'essere nutrito'.
Per essere 'abbandonato' da ben sette anni, questo mio appartamento di New York è davvero ben tenuto. La vasca era solo impolverata, come tutto il resto dopotutto. La polvere è un qualcosa che stimo tanto, ricopre ogni cosa, non importa quanto tu ti ci metta d'impegno per toglierla.
Il bagno è la mia base operativa, oggi.
Ci sono cinque cadaveri ora, in questa stanza. Compresa questa poco più che bambina di cui ho ancora i capelli biondi fra le mani. Affondo le dita nel suo cervello, quello che probabilmente non ha mai funzionato, e mi rigiro fra le dita qualche filamento gelatinoso di materia grigia, ammirandolo con le labbra dischiuse. È spettacolare, quasi artistico. Ma il cervello umano non ha granché sapore, così mi sciacquo nella vasca ricolma di sangue, impassibile, e mi lecco le dita, ancora, è così buono, dannazione. Se solo non mi trattenessi lo berrei, ancora e ancora, svuoterei la vasca.
Rifletto un attimo, fisso il viso colmo di cervella e sangue della ragazzina che ho appena ucciso. Quanti anni può avere? Dodici?
Un sorriso mi sorge spontaneo.
È piccola. Aveva tutta la vita davanti a sé. Tutta quella vita.. ora andrà a me. La trascino con me nella vasca, è completamente svestita, dopotutto è ingiusto sprecare tanto sangue che si imprime nei vestiti, troppa roba sprecata.
Sto giocando.
Si nota? Sto giocando.
Mordo il collo morbido della ragazzina, è poco più che una bambina, è bruttina ma forse da adolescente sarebbe fiorita. Nessuno può saperlo.
È buona. In un certo senso, dolce. La sua pelle sa di pergamena e pesche, è un'accoppiata insolita, non l'ho mai incontrata, un po' mi disturba. Non per le pesche. È che la pergamena stona, è amaro come sapore. Arriccio le labbra e le strappo muscoli, vene, i capillari mi si infilano fra i denti, a volte è fastidioso ma ora li accolgo come una liberazione, lei è l'ultima, per oggi è l'ultima, per stavolta basta.
Per una mezz'oretta la spolpo, mischio il suo sangue e le sue interiora nella vasca, trabocca, sento le gocce tintinnare sulle piastrelle del bagno, lambire le ossa e i brani di carne che ho lasciato degli altri ragazzini, sì, sono tutti ragazzini le mie vittime di oggi. Carni giovani, tenere, allenate e non impigrite dagli anni, pelli tese ed elastiche, polmoni rosa ed allenati, stomaci poco rovinati, fegati puri.
È così piacevole. Mi immergo totalmente nella vasca, sento che ancora trabocca, le mie mani sono le uniche a muoversi, buttando fuori dalla vasca le ossa rimaste della ragazzina. Sento delle budella lambirmi le dita e le afferro, e strappo coi denti, ma ingoio sangue, ancora, sento un bruciore in petto e una soddisfazione crescente, è qualcosa.. qualcosa che non ha nulla a che fare con il sesso, è fame, solo fame.
Bevo. Ancora. Mi riempio la pancia, fino a scoppiare, e ci vuole poco, troppo poco. Sorrido, mi tiro su a sedere anche se scivolo sul fondo, il sangue è viscoso. Mi tiro su in piedi, mi sento benissimo, non mi sono mai sentito meglio.
Ma mi viene in mente mia moglie, mi si incrina un attimo il benessere. Avrà sentito tutto attraverso quel collegamento che siamo certi di avere, no? Mi sento meschino, d'un tratto. Ma non l'ha detto lei, che non devo trattenermi? Allargo le braccia. Questo è ciò di cui sono capace. Ho fame. Sono un mangia-uomini, come mi definirebbe uno del piccolo popolo. Solo per questo, avrei la stima delle fatine.
Io sono un mangia-uomini, ora, e lo sono sempre stato.
E non me ne vergogno quanto dovrei.
giovedì 28 novembre 2013
In auto, all'alba.
In auto, all'alba.
Autore: ~ZewikRating: Giallo. (lievi scene a contenuto sessuale)
Genere: Introspettivo, Malinconico, Slice of life.
Tipo di coppia: Het.
Note: Lemon, Lime.
Avvertimenti: Incompiuta.
Completa: Sì.
«Andrej...» un sospiro, vapore sul vetro.
«Dimmi», la sua voce fredda nell'abitacolo. La ragazza socchiuse gli occhi e lo fissò nella penombra, valutando le parole da usare.
«Sei fiacco stanotte...» mormorò, leccandogli lascivamente un braccio. Lui non rispose e si limitò ad andare avanti, per la sua strada, nonostante lo facesse con poco sentimento e pochissima voglia. Si vedeva che ciò che lo av
eva condotto lì, quella sera, era semplice bisogno, e non desiderio come le altre volte. Faceva male, ad un certo punto, e Elina si scostò appena da lui quando il ragazzo si appoggiò al sedile dell'auto per fissarla.
Era enigmatico, Andrej, e lei l'aveva capito dalla prima volta in cui l'aveva visto. Tutti i clienti la guardavano vogliosi, lascivi, quasi laidi, lui no. Lui la osservava, la studiava, come.. come una persona. Si stupì nel fare questa considerazione, e si stupì del fatto che si stupiva se era considerata qualcosa di più di un oggetto di passione.
«Scusami» mormorò il ragazzo, senza distogliere lo sguardo da lei -anzi, no- dai suoi occhi. Lei era completamente nuda e lui cosa guardava? Gli occhi. Non era un ragazzo da puttane, quello. Non lo era proprio. Era un ragazzo che andava a puttane per non ferire nessuna ragazza che non voleva un cazzo fra le gambe, ma un cuore in mano. Era quel tipo di ragazzo lì, forse.
«Andrej, perché chiami sempre me? Ci sono Clara, Jen-».
«Tu sei la più gentile».
La risposta la spiazzò completamente e si dovette vedere, perché lui sorrise appena. Dolorante, si sfilò da lei ed Elina allungò una mano verso di lui, stringendo le gambe. Lui l'aiutò a sedersi e frugò nel bagagliaio, sporgendosi oltre il sedile. Le porse la sua borsa e anche lui afferrò un paio di jeans dalla propria, osservandola mentre indossava dolorante almeno la biancheria intima. Il cielo non era più nero, ormai, e si tingeva già di bluette, un colore in cui le stelle paradossalmente sembravano splendere di più che in quella opprimente oscurità totale.
«Andrej».
Il ragazzo allacciò la cerniera e si voltò verso di lei, mentre da sotto il sedile estraeva una pistola. Lei si ridistese, fissando l'arma e poi il viso del ragazzo, che le lanciò un'occhiata indifferente.
«Come sarebbe a dire che sono la più gentile?» chiese Elina, passandosi una mano fra i capelli.
«Ti spiego. Tu mentre facciamo sesso non gridi con il semplice intento di incitarmi, anche se non sono un granché. Oggi ne era la prova. Non hai gridato; ti sei solo lasciata sfuggire qualche gemito quando non pensavo ad altro e lo sentivi, e questo lo apprezzo più di qualche "Oh mio dio, sì!" gridato ai cosiddetti punti giusti. Inoltre Clara, Nancy e quelle altre sono sul campo da secoli. Tu ci sei da due anni, sono stato uno dei tuoi primi clienti. Sei ancora più che altro innocente... e si sente. Appena ci vediamo non mi chiedi "Oggi cosa vuoi fare?", ma "Tutto bene?". Non mi tratti da subito come un cliente» disse il ragazzo, passandosi anche lui una mano fra i capelli spettinati, e lei si sedette di nuovo, carezzandoglieli appena.
«Sono lisci..» mormorò, assorta, tastandone la qualità fra le dita. Lui sorrise e lei strinse un po' le gambe, era incredibile quanto un sorriso.. no, non doveva pensarci. Cos'aveva detto lui? Era gentile. E poco professionale. Ecco, bè, si sentiva esattamente così: poco professionale.
«Mi piace il tuo sorriso» aggiunge Elina, chiudendo gli occhi, ma prima che lui scomparisse dalla sua vista poté vedere il suo sorriso mutare in un'espressione seria. «Quindi penso..».
«..che non dovremmo più vederci» concluse lui, e lei riaprì gli occhi; anche lui aveva chiuso i suoi, forse nel pronunciare la frase. Le si riempirono gli occhi di lacrime, ma solo perché lui non poteva vederla. Le occultò stropicciandosi gli occhi con il dorso delle mani e si sforzò di sorridere. Ma c'era una specie di groppo in gola che improvvisamente esplose non appena gli angoli della bocca le si sollevarono, e singhiozzò.
Il rumore provocò una reazione immediata da parte del ragazzo, che aprì gli occhi e si voltò di scatto verso di lei, fissandola mentre si irrigidiva man mano. La sua espressione s'incupì e la mano rafforzò la presa sul calcio della pistola; Elina pensò che stesse per sparargli e, con un sorriso amaro fra le lacrime, pensò che forse era meglio così. Non era brava come figlia, non era brava come puttana, non era brava in niente, quindi forse era meglio finirla così e non darne notizia a nessuno, che non era buona a nulla.
E invece no. Invece la baciò. Si buttò su di lei, lasciando la pistola sul tappetino sotto il sedile, e la baciò. Le sfilò le mutandine e lei gli slacciò i pantaloni e fecero l'amore, stavolta sul serio, come le altre volte, in cui lui si era innamorato del suo corpo e lei del suo modo di fare sesso, così simile al far l'amore. Ma forse erano punti di vista: lei non aveva mai fatto all'amore. Quindi forse credeva solo di farlo. Certo era che un sesso simile non l'aveva mai fatto né provato né visto; era far l'amore e non c'era dubbio, per lei era così. Durò poco, ma per lei tutta la notte poteva sintetizzarsi in quello scambio di baci e carezze e possesso, quei quindici minuti scarsi d'amore potevano riempirle la vita per anni, e basta. Si ritrovò a pensare scioccata che tutti i baci, i dannati baci dati in quella insulsa vita, non potevano sostenere il confronto a quella lingua sottile che le solcava labbra e denti, s'intrecciava alla sua. Eppure, sapeva che doveva finire non appena era iniziato. Lentamente si abbandonò al sonno, con le lacrime agli occhi e le dita molli dal piacere, ignorando il sole che faceva capolino dal finestrino dalla parte di Andrej.
E Andrej le rinfilò gli slip e si riallacciò il jeans, con un mal di testa lancinante che gli urlava "Cosa stai facendo?". Afferrò la pistola da sotto il sedile e, con un sorriso amaro, se la puntò alla tempia; si diede uno schiaffetto sul viso e se la puntò in bocca, sul palato, poi ancora scosse la testa e se la mise sotto la gola, quasi bloccandosi il respiro, e si diede del codardo con un sospiro. Dolorante, aprì il finestrino dell'auto e guardò il sole sorgere e illuminare lui ed Elina, che giaceva scompostamente, madida di sudore, sul sedile accanto a lui.
Cosa stava facendo? Era una bella domanda.
Si disse che forse il suo talento naturale non era nessuno di quelli che aveva coltivato ed abbandonato, né quello che si ostinava a portare avanti: forse il suo talento proprio, fine a se stesso, era l'amare, l'amore.
Non era possibile che dovunque andasse riuscisse a trovare un'infelicità diversa che lui riusciva a colmare, quando il suo lavoro ne causava altrettanta e forse di più.
Lui non aveva bisogno di colmare infelicità.
Lui aveva bisogno di immergersi in una donna a tal punto di non ritrovarsi più, al punto di perdersi e di doversi ricostruire daccapo, solo per essere degno di quella donna.
Non aveva bisogno di tutti gli amori del mondo.
Gliene bastava uno.
Ma che fosse quello giusto.
Zenzero
Zenzero
«Papà?».
La luce che entrava dalla finestra socchiusa quasi danzava sui capelli rosso fiamma della bambina che in quel momento lo stava guardando imbronciata, sovrastandolo.
«Ah.. merda».
L’uomo si sedette di scatto, mentre la bambina alzava gli occhi al cielo.
«Sono già le sette!» lo rimproverò con la sua vocina acuta, parecchio arrabbiata. Aidan sorrise appena, sorridendo, e scosse il capo mentre le carezzava i lisci capelli rossi; per qualche istante si perse nei suoi occhi verdi, uguali a quelli della madre, poi sorrise un po’ di più, alzandosi dal letto.
«Cosa vuoi per colazione?».
La bambina gli trotterellò dietro, tentando di tenere il passo con quelle lunghe gambe, e si arrampicò su una sedia della cucina, sorridendo timidamente.
«Pancakes!».
«Arrivano» sorrise l’uomo, passandosi una mano fra i capelli neri e sbadigliando: mise in mezzo l’occorrente e in una ventina di minuti era riuscito ad accontentare la figlia, che gli sorrise raggiante mentre prendeva il primo boccone. «Allora... oggi è il primo giorno di scuola, vero? Sei nervosa?» mormorò lui, sorridendo e sedendosi accanto a lei. L’uomo sbocconcellò una fetta di pane tostato e la bambina rovesciò il sorriso all’ingiù.
«Mm» mugugnò, per niente soddisfatta.
«Non vuoi andarci?».
La bimba lo scrutò attentamente, come se lo stesse sondando per carpirne i pensieri.
«...significa che posso non andarci?» chiese speranzosa, prendendo il secondo boccone e continuando ad osservarlo con aspettativa. Aidan rise piano.
«No».
«Oh» Enya ritornò a fare un faccino depresso a cui l’uomo non seppe resistere, e le baciò la fronte.
«Dai, non sarà così terribile, vedrai. Ti divertirai e imparerai tante cose nuove!».
La bambina sbuffò, incerta se credergli o no, e lasciò la colazione a metà mentre scendeva dalla sedia e sgambettava via in camera sua. L’uomo la seguì, apprensivo, e la trovò in bagno che si era messa in piedi sulla sedia per lavarsi: sorridendo, le si affiancò e si lavò anche lui, togliendosi via la polvere del proprio lavoro notturno.
La vestizione fu difficile e travagliata: Enya non era mai contenta di quello che le proponeva e quando indossava quello che le piaceva cambiava immediatamente idea, arrivando anche a scoppiare a piangere fra le braccia del padre, che la tranquillizzò con parole dolci e sicure.
«Sarai bella con qualunque cosa addosso, Enya».
«Non è vero!».
«E invece sì.. perché tu sei la mia bellissima Enya. Non è vero?».
«Sì.. sono bellissima?».
Quegli occhioni verdi spalancati erano un balsamo per la sua anima travagliata, e Aidan non poté fare a meno di sorridere per non far uscire le lacrime che gli pungevano gli occhi: Enya era così simile ad Alexandra...
«Sì, lo sei davvero».
Un sorriso timido si riaffacciò sul suo visino minuto e Aidan la vestì per l’ultima volta, facendole indossare un vestitino verde pastello che la faceva sembrare una bambola, dato che legava con i suoi occhi in un modo particolare.
Dato che la scuola elementare era vicina, Aidan decise di fare la strada a piedi: prese per mano Enya, che scrutava il vicinato con ansia, e si mise a parlarle di come a settembre il tempo fosse ancora bello per il mare e di come ad ottobre si sarebbe levato un vento fresco che avrebbe reso impossibile fare il bagno. Enya si limitò ad annuire piano: ricordava i loro tre giorni di mare, si era divertita e l’acqua le era sembrata il suo elemento naturale.. cosa avrebbe dato per ritornare lì, in quella calma liquida e silenziosa! In qualche modo il pensiero del mare riuscì a calmarla, e si accorse che suo padre si era chiuso in un silenzio misterioso: gli tirò piano la mano e lui la guardò con gli occhi azzurro chiaro, assente.
«Papà?».
«Sì?».
«Cosa farò a scuola?».
Il pensiero, chissà com’era, non la intimidiva più così tanto: era curiosa, ora, e voleva sapere cosa la attendeva. Aidan sorrise.
«Ci saranno altri bambini, più o meno della tua età, e conoscerai la maestra...».
«Maestra?».
«Sì. È una persona adulta che deve prendersi cura di voi e insegnarvi delle cose, come..».
«Leggere e scrivere?».
«Sì. Tu sai già leggere, quindi non ti spazientire se andrete un poco lenti all’inizio, capito?».
Enya sorrise raggiante.
«Capito! Quindi sarò la più brava della classe!?».
Aidan rise piano. Enya l’aveva notato: suo padre non rideva sguaiatamente, in modo rumoroso.. anzi, si poteva dire che lui quasi stesse attento a produrre il minimo rumore. Era un atteggiamento strano, ma l’aveva abituata al fatto che il silenzio era piacevole, non era un vuoto da riempire ma anzi, in esso si potevano nascondere tante cose.
«Non lo so, Enya... Può darsi che qualcuno dei tuoi compagni sappia già leggere e scrivere, come te, oppure no.. lo saprai fra poco, in ogni caso, no?».
«Mm» mormorò la bambina: la sua attenzione si era focalizzata sull’enorme edificio di mattoni rossi che li sovrastava. Quell’edificio le piaceva poco, anche se aveva farfalle e fiori colorati sulle finestre questo non lo rendeva meno minaccioso. «Quando inizia?».
Suo padre diede una scorsa al telefono cellulare.
«Fra qualche minuto. Ti devo fare delle raccomandazioni, piccola mia» disse, accovacciandosi di fronte a lei. La bambina evitò il suo sguardo: sul porticato della scuola c’erano tanti altri bambini, soprattutto con tante donne.
«Papà...». L’uomo le carezzò la guancia e lei lo guardò titubante. «Cosa ci faccio qui?» mormorò lei, a disagio.
«Ci sei... e ci sarai. Piccola mia, non avere paura.. qualunque cosa succeda tu me la dici e vedremo se possiamo risolverla, va bene? Certo, dovrai fare molte cose da sola, ma io sarò sempre accanto a te... voglio che questo ti sia chiaro».
«Lo è» mormorò Enya: non avrebbe sopportato che qualcun altro si occupasse delle sue cose, tanto che le dava fastidio persino essere vestita da suo padre e, lentamente, stava imparando ad allacciarsi le scarpe da sola.
«Non rispondere male alla maestra.. e nemmeno ai tuoi compagni. Non dar loro retta se fanno confusione, non cacciarti nei guai, va bene?».
Enya annuì forte e le porte della scuola si spalancarono: lei si girò di scatto, spaventata, e i suoi capelli rossi rifletterono la luce del sole, mandando bagliori. Aidan si alzò e le carezzò il capo, mentre la accompagnava dentro: dopo qualche minuto suonò la campanella e lui le lasciò la mano, sorridendole.
«Vai, la tua maestra è quella lì» le indicò una donna con i capelli biondi e dall’aria materna.
«Somiglia a River» mormorò lei, colpita, e suo padre si irrigidì appena.
«Sì, un poco. Ora vai, piccola, cerca di stare bene... ti verrò a prendere alle quattro».
«Così tardi!» gemette la bambina, nuovamente ansiosa, ma a quel punto il padre la spinse verso la donna, che le sorrise e vigilò anche sugli altri bambini; ed Enya si sentì più sola che mai.
Enya era silenziosa, e Aidan non aveva realmente voglia di sentire la sua voce dirgli cose che già sapeva: l’avevano presa in giro, o maltrattata, o spintonata, e lei non voleva aiuto per queste cose ma anzi, voleva risolverle da sola.. o forse stava dando troppe cose per scontato? Tamburellò le dita sul volante, grattandosi una tempia con irritazione, e senza distogliere lo sguardo dalla strada le diede un’occhiata veloce: pallida e piccola, rannicchiata sul sedile accanto a lui, sembrava scomparire nel vestitino verde.
«È andata così male?» si arrischiò a chiedere piano, ma nonostante avesse avuto il tatto di parlare a bassa voce la bambina sussultò come se avesse urlato: non era un buon segno. Enya si schiarì la voce.
«Uhm» borbottò, senza volergli mentire ma senza volerne parlare. Aidan storse le labbra e sorrise appena.
«Me lo fai un sorriso?» le chiese, per alleggerire l’atmosfera. La bambina aggrottò la fronte e guardò fuori dal finestrino.
«Cos’è una mamma?» chiese, con un filo di voce.
Mancò poco che Aidan finisse contro un albero, nel dirigersi verso la spiaggia; avevano il loro rito, loro due: il pomeriggio mollavano qualsiasi cosa stessero facendo e andavano sulla spiaggia, a guardare il mare. L’uomo cercò di recuperare la calma, ma ormai Enya aveva notato il fatto che si era irrigidito sul sedile e stringeva convulsamente il volante; fortunatamente, erano giunti alla loro meta. La bambina non si fece sfuggire nemmeno una mossa del padre e, quando lui le aprì la portiera dell’auto, gli prese timidamente la mano.
«Sei arrabbiato con me? Non dovevo chiedertelo?» chiese con un filo d’ansia nella voce, e l’uomo abbassò lo sguardo in modo vacuo.
«Ma che dici? No, no, non sono arrabbiato con te..» mormorò lui, stringendole forte la mano, così tanto che le fece un po’ male.
«E allora cos’hai? Non ti senti bene?» chiese ancora lei, se possibile più in ansia. Aidan sorrise appena.
«No.. voglio parlarti di una cosa».
La bambina tacque, non sapendo cosa dire e non essendo sicura di voler sapere cosa il padre volesse dirle, e lo seguì trotterellando sulla spiaggia, fino alla linea disegnata dalla battigia. Lì, suo padre si sedette e si tolse le scarpe, affondando i piedi nella sabbia: lei lo imitò, avendo cura di sistemarsi il vestito sotto il sedere per non riempirsi di sabbia le gambe.
«Sai, Enya.. ogni essere vivente ha un ciclo naturale» cominciò l’uomo, in tono malinconico.
«Un ciclo?» mormorò la bambina, tirandosi le ginocchia al petto e guardando l’orizzonte che si confondeva fra cielo e mare.
«Sì... ognuno di noi nasce, cresce, e poi, un giorno.. muore» mormorò Aidan, socchiudendo appena gli occhi, abbacinato dallo scintillio delle onde davanti a loro.
«Muore» ripeté lei con tono piatto. «Cosa significa?».
«Significa che quella persona non vive più.. il suo corpo perde vita, e la sua anima sopravvive solo in quelli che ricordano quella persona» mormorò lui, con tono più dolce.
«E dove finisce il suo corpo?» la bimba si voltò verso di lui, sondandolo attentamente con lo sguardo. Lui sorrise appena.
«Ovunque venga messo, quel corpo diventerà nutrimento per il mondo. Ci si riunisce con il tutto, si diventa il tutto».
Enya si sentì sollevata, senza sapere un perché.
«Oh.. mi sembra un buon modo per lasciare il corpo. E tutto il resto?».
Aidan si voltò verso la bambina, aggrottando le sopracciglia.
«“Tutto il resto”?» chiese, confuso. Enya annuì piano.
«Sì.. quello che mi fa sentire triste o felice. O anche quello che mi fa piacere i pancake. Quello non è il corpo.. è qualcos’altro, no? Tutto il resto oltre al corpo» mormorò lei, impacciata. Aidan sorrise e sembrava sollevato.
«Oh.. l’anima, intendi».
«Si chiama così? Lanima?».
«Anima, sì, si chiama anima. È ciò che ti rende Enya.. ciò che mi rende Aidan».
«Ma tu sei papà».
Aidan rise piano e Enya sorrise: gli piaceva sentir ridere suo padre, era segno che andava tutto bene... aveva imparato a sue spese che se lui non rideva per troppo tempo, c’era da preoccuparsi.
«Il mio nome è Aidan, però».
«E dove finisce l’anima?» mormorò Enya, interessata. L’uomo alzò lo sguardo al cielo, tentato di citare un famoso cartone animato, ma poi sorrise.
«Nel tutto, anche lei».
«Non capisco..» mormorò lei, stropicciandosi gli occhi.
«Non fa niente.. sei piccolina, piccola mia» mormorò lui, attirandola a sé in un abbraccio. La bimba si rifugiò sotto il suo braccio, appoggiando la testa sulle sue gambe, e restarono entrambi a fissare il mare per un po’, senza parlare più.
«E la mia mamma è morta?» mormorò lei dopo un po’. Sentì i muscoli del padre irrigidirsi tutto attorno a lei, come era successo in macchina, e come un lampo la comprensione arrivò: non era rabbia, come aveva ipotizzato, ma dolore, puro e semplice dolore.
«..sì, Enya, poco dopo la tua nascita» mormorò lui, carezzandole i capelli rossi.
«E perché?».
«Non importa. Tu sei qui».
«A scuola hanno tutti una mamma» sussurrò lei, mentre la prima lacrima le oltrepassava il naso e finiva sui pantaloni di suo padre, su cui strofinò il viso per non farsi vedere piangere.
«Ti hanno presa in giro?» mormorò lui, intenerito e malinconico alla vista della propria bambina così desolata. Lei singhiozzò, in una maniera quasi adulta, quasi dignitosa, ma poi iniziò a piagnucolare in modo degno di una bambina, e Aidan la strinse forte a sé, sollevandola dalla sabbia.
«Mi hanno chiamata Zenzerooo»* pigolò lei, disperata, singhiozzando e piangendo forte come se fosse appena ruzzolata giù per un burrone, e il padre la strinse forte e la cullò contro di sé per un po’, fin quando non si fu calmata abbastanza da udire la sua risposta.
«Ma sì, tu sei la mia Zenzerina» mormorò lui, scostandole i capelli dal visino, e lei si stropicciò gli occhi, solo per guardarlo malissimo, con un evidente broncio e le guance bagnate. «La mia piccola testa rossa»* mormorò lui, sorridendo dolcemente. Enya sorrise piano e si strinse a lui, accoccolandosi contro il suo petto.
«Come si chiamava la mamma?» mormorò lei dopo un po’, per vincere il sonno che la stava portando via.
«Alexandra» soffiò lui, stringendola appena più forte.
«Amavi tanto la mia mamma?» sussurrò lei, e Aidan fece un sospiro che aveva un che di tremolante.
«Sì, immensamente. Almeno quanto amo te» mormorò l’uomo, chiudendo gli occhi per impedire alle lacrime di uscire.
«Tu mi ami?» chiese lei, sorpresa, aprendo gli occhioni verdi e fissandolo. Aidan ridacchiò e la strinse più forte a sé.
«Ovvio che ti amo. Sei mia figlia.. tutti i genitori dovrebbero amare i propri figli».
«E la mamma mi amava?» mormorò lei, guardando il mare e bevendo ogni singola parola come se fosse acqua e lei stesse morendo di sete.
«Certo, immensamente anche lei».
«E allora perché se n’è andata?».
Aidan sussultò e le lacrime uscirono senza che lui potesse farci nulla.
«Lei.. non è stata colpa sua. Lei non voleva andarsene.. lei voleva restare con noi, per sempre» mormorò lui, piangendo silenziosamente. Enya sentì il tremore che lo animava e sollevò di nuovo lo sguardo, stupendosi nel vederlo piangere: suo padre, l’uomo impenetrabile che faceva tutto da solo.. stava piangendo. D’improvviso si vergognò molto per avergli provocato quel dolore e si fece piccola sul suo grembo, appallottolandosi come un riccio.
«Non volevo farti male..» sussurrò, ricominciando a piangere anche lei.
«Non me l’hai fatto, piccola mia, è solo un dolore troppo grande, sono passati solo sei anni.. lasciami soffrire, amore mio» mormorò lui, baciandole piano la testa rossa, e lei sollevò lo sguardo senza capire cosa volesse dire.
«Lasciarti soffrire?» sussurrò, colpita.
«Ognuno di noi elabora il dolore come può» mormorò lui, rimanendo con le labbra appoggiate sulla sua testa.
«Oggi mi hanno tirato i capelli» Enya si lisciò i lunghi capelli rossi che, lisci, le cadevano sulle spalle, quasi con fare protettivo. «Io li ho spintonati e la maestra mi ha messo in punizione».
«In quanti erano?» chiese lui, aggrottando la fronte.
«Cinque» confessò lei, piena di vergogna.
«E li hai spintonati tutti?».
«Solo due. Gli altri li ho picchiati».
Aidan restò a fissarla senza parole e Enya arrossì.
«I miei capelli non si toccano» cercò di giustificarsi, come se fosse una cosa ovvia, e il padre scoppiò a ridere. La bambina rimase sbalordita: mai lo aveva sentito ridere così forte e così di gusto, ma forse dipendeva dal fatto che lì nessuno poteva sentirlo.. se non lei. E lei prese quella risata come il più grande regalo che il padre le avesse mai fatto, quella risata era solo per lei, e lui aveva deciso di farla sentire solo a lei.
«Ti sei battuta con cinque bambini! E hai vinto!» rise lui, evidenziando la cosa. Enya non capiva.
«E allora?».
«Non è mica una cosa da tutti i giorni!».
«Non mi toccheranno più i capelli almeno» commentò lei, torva, lisciandosi ancora i capelli. L’uomo rise di nuovo, stavolta piano come al solito, e le fece cenno di rimettersi i sandali. La bambina eseguì impacciata, mentre anche il padre si infilava calzini e scarpe, e quando entrambi furono in piedi si presero per mano.
«La mamma è ancora viva, papà?» mormorò poi lei, prima di salire in macchina. Aidan non ebbe bisogno di pensarci: sollevò gli occhi azzurri sulla figlia, aprendole la portiera della macchina, e sorrise.
«Sì, Enya. Lei vive in me e nei miei ricordi» mormorò, allacciandole la cintura. «E vive in te.. hai i suoi stessi occhi, i suoi capelli. Era bella come te» disse, baciandole il naso. La bimba fece una smorfia, ma sorrise: forse dopotutto non era male essere Zenzero.
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*Zenzero: Dal momento che Aidan e Enya vivono negli Stati Uniti, parlano inglese. Zenzero, in inglese, è “Ginger”, che è anche uno dei ‘soprannomi’ dati alle persone con i capelli rossi. In questo caso, dunque, i compagni di Enya la prendono in giro perché ha i capelli rossi, chiamandola Ginger.
*Testa rossa: Anche questo è una parola inglese: “Redhead” (lett. “Testa rossa”) è il nome con cui vengono indicate le persone con i capelli rossi. Questo nome è meno offensivo di “Ginger”, pur identificando la stessa tipologia di persone.
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